Confindustria e Banca d’Italia hanno affrontato la stessa questione: come reggere l’urto di un mondo che cambia. Intelligenza Artificiale, energia, guerre commerciali, nuovi equilibri geopolitici. Tutto accelera. L’Italia fatica senza direzione. A Confindustria si è ascoltata la voce di imprese preoccupate. Preoccupazioni fondate. Costi energetici elevati, produttività stagnante, eccessi burocratici, concorrenza globale aggressiva. Problemi reali. Meno convincente la terapia proposta. Ancora una volta è emersa la tentazione di cercare sollievo senza i vincoli europei, in maggiore spesa pubblica protezione.

La presidente del Consiglio si è mossa sullo stesso terreno. Critiche all’Europa, alla sua burocrazia, alla lentezza delle decisioni. Ma le sfide del nostro tempo non hanno dimensione nazionale. Nessun Paese europeo, da solo, è in grado di competere con Stati Uniti, Cina o India sul terreno dell’innovazione, dell’energia, della finanza, della Difesa e delle tecnologie strategiche. Eppure Bruxelles resta il bersaglio preferito. Narrazione che evita di affrontare i limiti del sistema Paese e responsabilità delle classi dirigenti. La debolezza emersa dall’assemblea degli industriali è la medesima della politica. Maggioranza e opposizioni sono accomunate dalla stessa malattia: la rincorsa del consenso immediato. Manca una visione. Manca una strategia. A causa di ideologie e legami internazionali opachi, manca il coraggio e volontà per la scelta della sovranità del continente federale.

All’assemblea della Banca d’Italia il tono è stato diverso. Più sobrio. Più concreto. Più utile. Il governatore ha affrontato i veri nodi del Paese: innovazione, credito, risparmio, energia, produttività, approvvigionamenti. Nessuna polemica. Nessuna scorciatoia. Solo la consapevolezza che il futuro si costruisce investendo, innovando e riformando. Particolarmente significativo il passaggio dedicato al lavoro. L’Intelligenza Artificiale non cambierà soltanto le imprese. Cambierà professioni, competenze e organizzazione del lavoro. Per questo servono formazione permanente, nuovo welfare e nuova contrattazione. I nuovi fabbisogni professionali e i nuovi diritti sociali saranno il terreno decisivo dello sviluppo. Due approcci diversi. Da una parte la richiesta di protezioni e deroghe. Dall’altra la volontà di governare il cambiamento. Da una parte la ricerca di ripari. Dall’altra la costruzione di strumenti adeguati ai tempi.

È da qui che dovrebbe nascere una nuova discussione tra imprese, sindacati e politica per un patto sociale, e costruire alleanze politiche interessate al progetto europeo. Occorre un’alternativa a quelle posizioni politiche che, a destra e a sinistra, continuano ad alimentare diffidenza verso l’Europa. Un populismo che promette protezione e produce irrilevanza. Che alimenta nostalgie mentre il mondo cambia. La verità è semplice. O l’Europa diventa una vera potenza politica, economica e strategica, oppure i singoli Stati europei saranno sempre più marginali.