L'€conomista
Gli italiani e l’altra faccia del lavoro: l’occupazione migliora ma il Paese è fermo sulla produttività
Tre i nodi critici individuati, che rendono bene la profondità degli interventi da assumere per contrastare fenomeni radicati nei decenni: la non più attuale qualità del sistema educativo di base; lo skill mismatch, con circa il 40% dei lavoratori impiegato in profili non corrispondenti al proprio percorso formativo; la fuga di cervelli, con la seconda quota più bassa di giovani laureati nell’UE. Senza dimenticare, infine, un ulteriore elemento di oggettiva criticità, vale a dire la fragilità e frammentazione del nostro sistema produttivo: le imprese italiane rappresentano appena lo 0,4% della spesa dei 2.000 maggiori investitori globali in ricerca e sviluppo, contro l’8,9% della Germania e il 2,7% della Francia. Un sistema rappresentato in larga parte da micro e piccole imprese non ha la massa critica per attrarre talenti, innovare, offrire i percorsi di crescita professionale che trattengano soprattutto le donne e i giovani. Chi si limita e cercare consenso invocando la sola protezione dello status quo dovrebbe riflettere sulla storia economica dei due secoli precedenti al nostro. Il fatto che le catastrofi occupazionali previste di fronte alle grandi ondate di automazione non si siano mai materializzate da un lato ci rassicura, dall’altro tuttavia non garantisce il futuro. Ogni volta è stato necessario adattarsi e formarsi: chi non ha potuto farlo ha pagato un prezzo altissimo.
La domanda più funzionale, dunque, non è se le nuove tecnologie elimineranno il lavoro umano, ma piuttosto: con quali strumenti accompagniamo la transizione, e chi ne sopporta i costi? È una domanda politica, la cui risposta individua chi vuol essere protagonista nel cambiamento e chi invece sarà destinato a subirlo. La flessibilità che serve non è quella che comprime i diritti per abbassare il costo del lavoro, una strada verso una corsa al ribasso senza vincitori. La flessibilità necessaria è quella che consente alle imprese di adattarsi e innovare senza che questo si traduca in perdita di garanzie per i lavoratori. La logica retributiva non può restare ingessata su schemi che ignorano il merito e non valorizzano la produttività. Non si tratta di smantellare la contrattazione collettiva — presidio fondamentale di equità — ma di rafforzarla integrandola con strumenti di secondo livello, premi di produttività effettivi e forme di partecipazione dei lavoratori agli utili e alle scelte aziendali. È il modello di relazioni industriali partecipativo prefigurato con la legge n. 76 del 15 maggio 2025: contrattazione e partecipazione non in contrapposizione, ma come strumenti complementari. Una cornice dentro cui valorizzare il contributo delle donne — troppo spesso frenato da organizzazioni del lavoro rigide e welfare familiare insufficiente — e quello dei giovani, portatori di competenze digitali che le imprese non possono permettersi di disperdere. In attuazione all’articolo 46 della nostra Costituzione abbiamo disciplinato e promosso la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese mirando a valorizzare la contrattazione collettiva e la partecipazione dei lavoratori come spinta alla crescita aziendale.
L’analisi dei dati e le conseguenti considerazioni convergono su un messaggio univoco: il futuro dell’economia italiana si gioca sulla qualità del lavoro e sulla capacità di innovare. È quindi del tutto evidente come il punto di equilibrio tra tutele e competitività non sia un dato tecnico da scoprire, ma piuttosto una scelta politica da condividere e poi compiere. vTre sono le leve su cui agire: la formazione continua per tutti i lavoratori, la crescita dimensionale delle imprese attraverso aggregazioni tra PMI e incentivi all’innovazione più efficaci, il trasferimento tecnologico tra università e sistema produttivo. Costruire il lavoro che serve significa scommettere sulla qualità, sul talento dei giovani, sulla piena valorizzazione delle donne, su imprese che innovano perché chi ci lavora è messo nelle condizioni di farlo. Siamo di fronte a una indifferibile responsabilità collettiva a cui non possiamo più sottrarci e la difficoltà del compito non può essere fonte di indecisioni e ritardi.
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