L'€conomista
Decreto lavoro, l’approccio rigido del governo sulle professioni nate nell’economia digitale
Il decreto lavoro approvato dal governo alla vigilia del Primo Maggio non rappresenta soltanto un nuovo pacchetto di incentivi per assunzioni e salario, ma anche un segnale politico su come l’esecutivo intenda governare la trasformazione del mercato del lavoro nell’era delle piattaforme digitali. Nel provvedimento convivono infatti due direttrici precise: da un lato il sostegno all’occupazione tradizionale attraverso sgravi e decontribuzioni; dall’altro il tentativo di costruire una prima architettura regolatoria per le nuove professioni nate nell’economia digitale, dai rider ai lavoratori intermediati da app, fino alle forme più ibride della gig economy. È soprattutto su questo secondo fronte che si concentra la novità del decreto.
L’obiettivo dichiarato del governo è chiaro: evitare che la flessibilità tecnologica si trasformi in una zona grigia di sfruttamento. In questa prospettiva vengono introdotte maggiori garanzie di trasparenza sugli algoritmi che assegnano incarichi, determinano priorità, valutano performance o sospendono account, insieme a controlli più stringenti sull’identità dei lavoratori e sull’utilizzo degli account stessi, spesso al centro di fenomeni distorsivi. È in questo quadro che si inserisce il tema del cosiddetto “caporalato digitale”, definizione che già rivela con chiarezza l’approccio del provvedimento. Il decreto introduce infatti la presunzione di subordinazione nei casi in cui emergano forme di controllo o eterodirezione esercitate anche attraverso strumenti algoritmici. Una scelta che punta a rafforzare le tutele, ma che viene osservata con preoccupazione da parte del mercato e degli operatori del settore. Il rischio percepito dal mercato è quello di trasferire sulle piattaforme digitali un impianto regolatorio più vicino ai modelli del lavoro tradizionale che alla natura stessa dell’economia di piattaforma. In altre parole, l’Italia sembra orientarsi verso una regolazione più rigida rispetto ad altri sistemi europei, con l’intenzione di prevenire derive sociali ma anche con il possibile effetto collaterale di irrigidire un comparto che negli ultimi anni ha rappresentato una delle poche aree di rapida espansione occupazionale, in particolare – ma non solo – per giovani, immigrati e lavoratori marginali.
La questione di fondo è quindi capire se regolare significhi necessariamente applicare schemi novecenteschi a modelli produttivi radicalmente diversi. La “piattaformizzazione” del lavoro pone problemi nuovi, che richiedono certamente protezione, ma anche una capacità normativa sufficientemente adattiva da non trasformare la tutela in un freno all’evoluzione del settore. Un eccesso di rigidità potrebbe infatti spingere operatori, investimenti e sviluppo tecnologico verso contesti più competitivi e prevedibili, riducendo la capacità dell’Italia di attrarre innovazione in un comparto strategico. Il decreto riflette dunque una visione politica precisa: intervenire sul mercato digitale con un approccio fortemente regolatorio e preventivo. Una scelta che rischia però di produrre un effetto più ampio e penalizzante, scoraggiando investimenti, nuovi modelli di impresa e opportunità occupazionali legate all’economia digitale. Walter Rizzetto, presidente della commissione Lavoro della Camera, in un’intervista al Giornale ha rassicurato che nel passaggio parlamentare sicuramente ci sarà spazio per smussare i punti critici ascoltando anche tutte le parti. Il suo approccio è “tutelare i diritti dei lavoratori e la continuità delle aziende”.
Il punto non è mettere in discussione la tutela del lavoro, ma comprendere se una regolazione costruita senza distinguere adeguatamente tra abusi da reprimere e innovazione da accompagnare possa finire per rendere il Paese meno attrattivo. Il rischio è che chi oggi vuole sviluppare piattaforme, servizi digitali e nuova occupazione scelga ecosistemi più flessibili e favorevoli, portando fuori dall’Italia opportunità che invece dovremmo trattenere e far crescere. La sfida, dunque, non riguarda soltanto il contrasto al cosiddetto “caporalato digitale”, ma il modello di sviluppo tecnologico che l’Italia intende costruire. La tutela del lavoro resta una priorità, ma non può tradursi in un impianto regolatorio che penalizzi indistintamente un intero settore strategico. Per essere davvero efficaci, le regole devono essere proporzionate, evolutive e capaci di colpire gli abusi senza soffocare innovazione, investimenti e occupazione. È su questo equilibrio che si misurerà la reale efficacia del decreto Primo Maggio.
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