La nota stonata
Il governo istituisce il Comitato sull’IA, il rammarico di Rosario Cerra: “Mancano economisti e imprenditori”
«Con un Paese che non aumenta in produttività da tre decenni, non puoi lasciar fuori dalla porta un economista se parli di Intelligenza Artificiale». Colpisce subito il problema, Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro economia digitale (Ced), commentando il Dpcm firmato dal sottosegretario Butti, con cui viene istituito il Comitato che lavorerà all’aggiornamento della strategia dell’IA. «Tredici esperti di altissimo profilo, che padroneggiano informatica, diritto ed etica e che possono descrivere con precisione lo strumento. Nessuno li mette in discussione. Tra loro manca un economista, però».
Cerra, andiamo a monte. Serve davvero questo comitato?
«Certo che serve. Da quando, nel settembre 2024, è uscito il rapporto Draghi sulla competitività europea, questa operazione era necessaria. Non a caso Draghi è un economista. La Commissione ne ha tratto, a gennaio 2025, la “Bussola per la competitività”, e il nuovo pacchetto sulla sovranità tecnologica del 3 giugno traduce quelle coordinate in politica industriale, con 200 miliardi mobilitati sull’IA, 20 dei quali per le gigafactory. Ora tu, governo italiano, se incarichi un organo di definire la strategia nazionale 2026-2028 per l’IA, come è scritto nel decreto, lasci intendere che stai facendo politica industriale. Questo dovrebbe contemplare un capitolo economico, articolato in tre direttrici: una stima d’impatto dell’IA su produttività e valore aggiunto, un modello della transizione del lavoro, un’architettura finanziaria».
Quale dovrebbe essere il ruolo di un economista nel Comitato?
«La messa a terra dell’Intelligenza Artificiale: produttività, misurazione dell’impatto, indirizzo degli investimenti. Chi se ne occuperà nel comitato? Chi seguirà l’implementazione dell’IA sul versante dell’economia del lavoro, chi la valutazione d’impatto?».
Messa così, più che di un economista puro, sembra che ci voglia un imprenditore, o meglio un top manager.
«L’Italia ha il brutto vizio di non fidarsi mai al cento per cento di chi fa impresa. Conoscendo questo blocco culturale, e senza accettarlo, capisco perché nessuno abbia pensato a un imprenditore. Ma l’assenza di un economista è un errore davvero macro».
Cosa significa IA per il mondo del lavoro?
«L’IA ridistribuisce mansioni e redditi prima di aumentare il prodotto. Il costo di quella transizione e le politiche attive per governarla sono materia di economia del lavoro, un terreno diverso da quello dell’etica e del diritto. La sovranità tecnologica, concetto su cui il Ced lavora dal 2021, resta un’etichetta elegante finché qualcuno non stabilisce chi mette i capitali e in quale sequenza: Cassa Depositi e Prestiti, Banca europea per gli investimenti, fondi europei. L’Europa l’ha capito, legando calcolo ed energia».
In che senso?
«La tecnologia non diventa produttività da sola. L’energia elettrica circolava nelle fabbriche da vent’anni prima di affacciarsi nelle statistiche della produttività: andava prima riprogettato il modo di produrre. Lo ha mostrato Paul David. L’IA vive oggi lo stesso ritardo. E la disciplina che studia la distanza tra la tecnologia disponibile e il valore effettivamente realizzato è l’economia. Una strategia sull’IA vive o muore sulla produttività che genera, sul lavoro che diventa crescita. Senza quella voce si ottimizza l’offerta, calcolo, modelli, regole, e si lascia in ombra il lato della domanda, la diffusione nell’apparato produttivo. È il cuore del nostro lavoro sulla High-Tech Economy. In Italia il 70,9% della ricerca e sviluppo privata si concentra in settori ad alta intensità tecnologica che valgono appena il 10,9% del valore aggiunto, gli stessi che in Europa generano un moltiplicatore di crescita oltre tre volte quello dei comparti a bassa intensità. Senza un economista al tavolo, questo paradosso resta una fotografia. La leva per ribaltarlo va progettata, e progettarla è lavoro economico».
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