Ci è voluto un anno e mezzo, una pronuncia della Corte costituzionale e quattro diverse spiegazioni per arrivare a quello che, fin dall’inizio, sarebbe stato un atto quasi automatico. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha inviato questa settimana alla Procura generale di Roma il mandato di arresto che era stato emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del generale libico Osama Njeem Almasri. Un provvedimento che oggi ha un valore però esclusivamente simbolico in quanto Almasri nel frattempo è stato arrestato e condannato in Libia a quasi otto anni di prigione.

La clamorosa inversione di rotta ha riaperto una vicenda che sembrava archiviata dopo il voto con cui la Camera nei mesi scorsi aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. La vicenda inizia il 19 gennaio dello scorso anno, quando Almasri viene arrestato a Torino in esecuzione del mandato emesso dalla Corte dell’Aja. Il comandante della polizia giudiziaria di Tripoli deve rispondere delle accuse di torture, omicidi, stupri e persecuzioni ai danni di migranti e oppositori. L’iter, però, si interrompe subito. La Corte d’appello di Roma dispone la sua scarcerazione, rilevando l’assenza dell’iniziativa prevista per legge da parte di Nordio. Passano poche ore ed Almasri viene imbarcato su un aereo di Stato e riportato in Libia, con un’operazione gestita dai servizi che scatena un terremoto. Nordio respinge ogni responsabilità. La sua prima ricostruzione attribuisce la liberazione esclusivamente alla magistratura, sostenendo che la decisione è stata assunta dalla Corte d’appello. Successivamente arriva una seconda versione. In Parlamento afferma che “non è un passacarte” e che il mandato di arresto era pieno di errori tali da renderlo nullo.

Una terza spiegazione compare qualche settimana dopo, quando annuncia l’arrivo di una contestuale richiesta di estradizione avanzata dalla Libia che avrebbe richiesto approfondimenti. Nel frattempo, però, erano scaduti i termini della custodia e la magistratura aveva liberato Almasri. A quel punto, trattandosi di un soggetto pericoloso, la scelta più opportuna era stata rimpatriarlo. Tali ricostruzioni finiscono, a seguito di un esposto, al vaglio del Tribunale dei ministri. I magistrati ipotizzano nei sui confronti i reati di omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento. Per Piantedosi e Mantovano è contestato anche il peculato per l’utilizzo dell’aereo di Stato con cui il feroce tagliagole Almasri è tornato in Libia, accolto con tutti gli onori. Nel corso delle audizioni emerge anche un’altra spiegazione. Dalle testimonianze dei partecipanti, comprese quelle dei vertici dell’intelligence e delle Forze di polizia, alle riunioni svoltesi a Palazzo Chigi, affiora il tema della “sicurezza nazionale”. Il mancato arresto è stato dettato dal timore di ritorsioni contro gli italiani presenti in Libia e dalle possibili conseguenze sui flussi migratori provenienti dal Paese nordafricano. Una linea poi fatta propria dall’avvocata Giulia Bongiorno, difensore del ministro, che richiama l’esistenza di un “interesse essenziale dello Stato” a fronte di un “pericolo grave e imminente”.

Il colpo di scena arriva la scorsa settimana. La Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi su un conflitto interpretativo sollevato dalla Corte d’appello di Roma, boccia l’impostazione del ministro, chiarendo che non poteva limitarsi a non rispondere alle richieste della Corte penale internazionale. Aveva soltanto due possibilità: o trasmettere gli atti alla Procura generale oppure comunicare formalmente e motivatamente il rifiuto. Al netto delle inevitabili polemiche politiche, con le opposizioni che sono tornate a chiedere le dimissioni di Nordio, la sua gestione del caso Almasri lascia l’impressione di una strategia costruita “in progress”, nella quale le motivazioni cambiano a seconda della pressione mediatica. Dall’iniziale scarico di responsabilità sulla magistratura, agli errori del mandato dell’Aia, passando per la richiesta di estradizione libica e infine per le esigenze di sicurezza nazionale. Non certo un bel modo di agire per chi è chiamato a controfirmare le leggi dello Stato.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere