"Classe media, vittima ignorata"
L’economista Leonardi e la povertà in Italia: “Il prezzo nascosto che il lavoratore dipendente paga due volte. Lo scostamento? Da clima elettorale”
Dall’economista tre priorità per la crescita: salari più alti, nuovo fisco, investimenti produttivi: “Il vecchio modello delle esportazioni non regge più, l’inflazione erode i redditi e pesa sulle tasse”
Marco Leonardi è economista e docente di Economia politica. È stato capo del Dipartimento per la programmazione economica della Presidenza del Consiglio con il governo Draghi e, in precedenza, ha lavorato al Ministero dell’Economia e delle Finanze con Roberto Gualtieri. È autore, per i tipi di Egea, del libro Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione.
Professor Leonardi, come si fa a tornare a crescere?
«L’Italia deve cambiare modello di sviluppo. Per anni abbiamo puntato molto sulle esportazioni e troppo poco sul potere d’acquisto interno. Oggi quel modello basato su poche imprese esportatrici sarà più difficile da sostenere. Bisogna rafforzare i consumi delle famiglie italiane, aumentando salari e capacità di spesa».
Il problema principale resta dunque il lavoro povero?
«Sì. Abbiamo salari più bassi e cresciuti meno degli altri Paesi europei negli ultimi trent’anni. Poi è arrivata l’inflazione e ha colpito redditi già fragili. In particolare nei servizi il sistema di contrattazione ha mostrato tutti i suoi limiti».
Il governo ha riconosciuto questo nodo?
«In parte sì. L’indennità di vacanza contrattuale e altri segnali vanno nella direzione giusta. Non credo bastino, ma indicano almeno una presa d’atto: il sistema attuale va corretto».
Nel suo libro lei parla di “prezzo nascosto”. Qual è?
«È l’inflazione. Ha eroso il potere d’acquisto dei salari e, nello stesso tempo, ha aumentato il gettito fiscale senza decisioni politiche esplicite. Attraverso il fiscal drag lo Stato incassa di più mentre i lavoratori perdono potere reale».
Dunque serve anche una riforma del fisco?
«Assolutamente sì. In Italia tassiamo soprattutto il lavoro dipendente, molto più di altri Paesi. Non tassiamo abbastanza altri patrimoni o basi imponibili e così il peso si concentra sui salari. Quando arriva l’inflazione, il lavoratore paga due volte».
Sul lato dell’offerta invece che cosa manca?
«Servono investimenti veri. Il piano Transizione 5.0 doveva sostenere innovazione e produttività, ma è partito lentamente e non ha dato i risultati attesi. Le imprese hanno bisogno di regole chiare e incentivi semplici, non di meccanismi farraginosi».
Quanto è concreto oggi il rischio di stagflazione?
«Mi sembra plausibile. Se torna una spinta inflazionistica legata alle tensioni geopolitiche e al costo dell’energia, mentre la crescita resta debole, il rischio c’è. I primi segnali si vedono già».
Perché l’Italia resta il fanalino di coda europeo della crescita?
«Per ragioni strutturali: imprese troppo piccole, pochi laureati, scarsa innovazione tecnologica, produttività bassa e costo dell’energia elevato. Sono problemi di lungo periodo che non si risolvono con misure spot».
Nel dibattito politico si parla di scostamento di bilancio. È inevitabile?
«Mi faccio una domanda semplice: se il ministro Giorgetti avesse centrato un deficit sotto il 3 per cento, oggi chiederebbe lo scostamento? Probabilmente no. Il dibattito nasce da errori di previsione e da esigenze contingenti».
E a cosa servirebbe, oggi, concretamente?
«A dare più margine di spesa. Ma in un anno elettorale il rischio è evidente: usare nuova flessibilità per misure di consenso immediato. Ogni governo vorrebbe spendere di più, il punto è farlo bene e in modo credibile».
Quanto pesa l’incertezza politica sull’economia italiana?
«Pesa sempre. Però non credo che nessuno voglia perdere le elezioni. Quando si avvicina una scadenza politica, spesso le forze che litigano trovano anche punti comuni. Succederà anche con il centrosinistra. Non saranno d’accordo su tutto, ma su alcune priorità sì».
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