Ci sono numeri che raccontano una storia più onesta di mille comizi. Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini: il minimo storico da quando esiste l’Unità. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, lontanissimo da quel 2,1 che serve anche solo a tenere in piedi una popolazione. Nello stesso anno sono morte 652mila persone. Il saldo naturale — nati meno morti — è stato di meno 296mila unità: come se in dodici mesi fosse scomparsa una città grande quanto Firenze.

Il concetto di remigrazione

Eppure la popolazione italiana non è diminuita: è rimasta stabile, a 58,9 milioni. Come è possibile? La risposta sta in un secondo numero, che combacia con il primo in modo quasi beffardo. Il saldo migratorio del 2025 è stato di più 296mila unità. Meno 296mila di saldo naturale, più 296mila di saldo migratorio. Detto brutalmente: senza gli immigrati l’Italia avrebbe già cominciato a rimpicciolirsi. L’unica cosa che oggi tiene in equilibrio la nostra demografia è l’arrivo di persone dall’estero. Teniamo insieme questi due dati perché in queste settimane una parola è diventata di moda: «remigrazione». Il 13 luglio il consiglio comunale di Grosseto ha approvato una mozione della Lega che la promuove apertamente. Non è un caso isolato: è una parola d’ordine che attraversa le destre identitarie europee, dall’AfD tedesca agli ambienti di CasaPound.

Vale la pena capire cosa significhi davvero, al di là del suono neutro del termine. «Remigrazione» non vuol dire espellere chi delinque o chi è entrato illegalmente — cosa che qualsiasi Stato di diritto già fa. Vuol dire il ritorno forzato nei paesi d’origine di intere categorie di persone, inclusi residenti da anni e cittadini giudicati «non assimilabili». Il concetto nasce nella destra radicale francese, ha il suo teorico di riferimento nell’austriaco Martin Sellner e poggia sull’impianto della «grande sostituzione», la teoria del complotto secondo cui le popolazioni europee verrebbero deliberatamente rimpiazzate. Tradotta in pratica, significa deportazioni di massa: qualcosa che il diritto europeo vieta e che nessuna democrazia può realizzare senza rinnegare sé stessa.

I lavoratori immigrati circa 2,6 milioni

Ma lasciamo da parte la morale, che pure conta, e restiamo ai numeri, perché è lì che la follia si vede meglio. Gli stranieri residenti sono 5,5 milioni. I lavoratori immigrati circa 2,6 milioni, il 10,5% della forza lavoro. Secondo la Fondazione Leone Moressa producono un valore aggiunto di 164 miliardi di euro, l’8,8% del Pil. Versano circa 54 miliardi di contributi previdenziali l’anno e ne ricevono in prestazioni poco più di 10: un saldo attivo di oltre quaranta miliardi che, di fatto, aiuta a pagare le pensioni degli italiani. A Grosseto, dove si è votata la mozione, gli ottomila residenti stranieri lavorano nell’agricoltura, nell’assistenza agli anziani, nei servizi.

Chi propone la remigrazione, insomma, propone di espellere le persone che fanno nascere una quota crescente dei nostri figli, che tengono in piedi i conti dell’Inps e che coprono i lavori che gli italiani non fanno più. In un Paese che invecchia — età media 47 anni, un residente su quattro over 65 — è come segare il ramo su cui si è seduti. Non è un programma politico: è un programma di autodistruzione.

Le politiche che funzionano

Il punto è che il problema demografico esiste, ed è serio. Ma la risposta non è cacciare chi arriva: è smettere di far scappare chi c’è e permettere a chi vorrebbe dei figli di averli. Le politiche che funzionano le conosciamo. La Francia ha tenuto per anni la fecondità più alta d’Europa con assegni universali e asili nido capillari. I paesi scandinavi hanno investito su congedi parentali lunghi e ben pagati, divisi tra madre e padre, e su servizi per l’infanzia accessibili. Ovunque la leva è stata la stessa: rendere compatibili maternità e lavoro femminile, perché — paradossalmente per chi non guarda i dati — è dove le donne lavorano di più che si fanno più figli.

Idee per l’Italia

Per l’Italia significa poche cose concrete: un assegno unico davvero consistente e stabile, non rimodulato a ogni manovra; un piano nazionale per gli asili nido che copra il Mezzogiorno, dove i posti sono ancora pochissimi; una casa accessibile per le giovani coppie, perché non si mette al mondo un figlio senza un tetto certo; salari d’ingresso più alti, perché a 1.300 euro al mese non si programma una famiglia. E, insieme, una politica migratoria seria: canali legali d’ingresso, integrazione, cittadinanza per chi nasce e cresce qui. Non l’accoglienza ideologica né il respingimento ideologico: la gestione, che è cosa da adulti. La demografia non si governa con lo slogan. Si governa con vent’anni di riforme e politiche pazienti, noiose, costose. La remigrazione è l’esatto contrario: la scorciatoia che promette di risolvere un problema aggravandolo. È l’ennesima versione del vizio italiano di raccontarsi peggio di ciò che si è — solo che stavolta, invece di lamentarsi, si vorrebbe dar fuoco alla casa. Un paese che mette al mondo 355mila figli e ne perde 296mila di saldo non ha il problema di avere troppe persone. Ha quello, drammatico, di averne troppo poche.

Alberto Bertini

Autore