Il ricordo
Addio a Don Mazzi, il prete che a Parco Lambro prese residenza nell’inferno
La lezione che resta: il dolore va abitato per poterlo sconfiggere. Oggi il boschetto di Rogoredo racconta la stessa geografia, ma nessuno ci va
Gli alberi del Parco Lambro, nel 1979, avevano siringhe conficcate nella corteccia, a poche centinaia di metri da via Pusiano, dove don Antonio Mazzi era appena arrivato a dirigere l’Opera don Calabria. Un prete veronese di cinquant’anni, in una periferia est che l’eroina stava svuotando di una generazione. La decisione che ne seguì non fu aprire un centro e rientrare la sera in canonica. Fu prendere residenza. La cascina Molino Torrette, ottenuta dal Comune nel 1984 dopo che i suoi ragazzi avevano ripulito il parco, non era un presidio affacciato sull’emergenza: stava dentro. L’asilo nel mezzo dell’inferno, non ai suoi margini prudenti. Ed è lì che venerdì pomeriggio, a novantasei anni, don Mazzi è morto, dopo quarant’anni allo stesso indirizzo.
Don Mazzi, un uomo accanto agli uomini
Chi crede sa da dove viene quel gesto. Il cristianesimo non racconta un Dio che soccorre dall’alto, a distanza siderale dall’umanità che vuole salvare. Racconta un Dio che si fa carne e accetta di abitare fino in fondo la condizione che intende redimere, fino all’abbandono. Se l’incarnazione significa qualcosa, significa che la salvezza passa dalla condivisione del luogo, non dalla generosità dell’intervento. Il resto è filantropia: cosa rispettabile e diversa. La traduzione laica è persino più esigente, perché non richiede alcuna fede. Dalla solitudine altrui non si esce standone fuori, e lo smarrimento non si comprende osservandolo ma attraversandolo, accettando la contaminazione e il rischio di fallire. Chi resta sulla soglia raccoglie dati, non persone.
Nessuna differenza
È il punto su cui la nostra epoca ha smesso di misurarsi. Prospera una forma di turismo del soccorso: la visita guidata alla marginalità, , l’indignazione competente di chi compila le percentuali. Sotto c’è la presunzione della diversità, l’idea rassicurante che tra noi e “loro” corra una differenza di natura e non di circostanza, e che si possa capire senza mai essere esposti. Ma la comprensione a distanza di sicurezza non è comprensione.
Rogoredo come Lambro, ma nessuno ci va ad abitare
Oggi il boschetto di Rogoredo racconta la stessa geografia dell’abbandono del Parco Lambro di quarant’anni fa. Cambiano le sostanze, cambia l’età di chi cade, resta identica la tentazione della risposta: recintare, sgomberare, sorvegliare, tornare la settimana dopo. Nessuno ci va ad “abitare”. Mazzi si definiva un prete matto, borderline: era il suo modo di dire che aveva rinunciato al diritto alla distanza. Il 25 marzo 1985 partì la prima carovana: tredici tossicodipendenti e sei educatori, nove mesi lungo l’Italia. Milano ha proclamato il lutto cittadino, i funerali nella chiesa di Sant’Ambrogio. Ma il rischio è la santificazione: trasformare un uomo in un’eccezione, cioè in qualcosa che non ci riguarda. La sua eredità è invece scomoda e alla portata di chiunque, perché non chiede virtù eroiche ma un cambio di residenza dell’anima, del corpo. Del senso di essere.
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