Ridurre ogni anno, anche di poco, la spesa pubblica per finanziare un alleggerimento delle imposte sul ceto medio è una proposta che sta tornando al centro del dibattito. L’idea poggia su un dato difficilmente contestabile: in Italia il lavoro dipendente è tassato molto più pesantemente che in gran parte d’Europa. Ma fermarsi a questo significa eludere una parte decisiva del problema: il sistema delle entrate fiscali.

Quando si parla di mancate entrate, il pensiero corre subito all’evasione e all’elusione, fenomeni sui quali il consenso è pressoché unanime. Esiste però un’altra categoria di mancate entrate, molto più difficile da mettere in discussione perché riguarda benefici di cui godono milioni di contribuenti. È il sistema delle cosiddette spese fiscali: bonus, detrazioni e agevolazioni che riducono il gettito di circa cento miliardi di euro l’anno e che finiscono per frammentare la base imponibile in una molteplicità di regimi di favore, costruiti anche per intercettare il consenso di specifiche categorie di elettori.

Negli anni, l’Irpef è stata progressivamente svuotata da una costellazione di flat tax settoriali che sottraggono quote sempre più ampie di reddito alla tassazione ordinaria. Il risultato è che un lavoratore dipendente con un reddito lordo di 50.000 euro versa tra Irpef e addizionali circa il 35% del proprio reddito. Un professionista con lo stesso volume d’affari, se rientra nel regime forfettario, paga il 15%. Un rentier che percepisce 50.000 euro tra dividendi e interessi sostiene un prelievo medio di circa il 23%.

È difficile non chiedersi come possa essere sostenibile un sistema che, tra bonus e regimi fiscali differenziati, rinuncia a una parte così consistente del gettito. Dal punto di vista del singolo contribuente, però, rinunciare ai propri vantaggi è poco conveniente. Chi beneficia di un bonus o di un regime agevolato compie una scelta perfettamente razionale nel difenderlo. Il problema nasce quando tutti fanno lo stesso ragionamento. Ognuno conserva il proprio privilegio, ma tutti finiscono per perdere i benefici che deriverebbero da un sistema più efficiente.

Per questo un riordino del sistema fiscale difficilmente può nascere dalla spontanea convergenza degli interessi individuali. Richiede una decisione politica. Ed è qui che emerge il vero nodo. I partiti favorevoli a una riforma organica rischiano di pagare un prezzo elettorale, perché milioni di cittadini dovrebbero rinunciare a benefici acquisiti. Da qui le due strade oggi sul tavolo. La prima punta a ridurre gradualmente la spesa pubblica per finanziare un alleggerimento delle imposte più penalizzanti, evitando di intervenire sui numerosi regimi di favore. La seconda preferisce mantenere inalterato il sistema delle esenzioni e reperire nuove risorse attraverso una patrimoniale rivolta a una platea molto più ristretta di contribuenti. Due approcci diversi che riflettono, prima ancora che due idee di politica fiscale, due diverse valutazioni del costo elettorale delle riforme.

Giorgio Arfaras e Giuseppe Russo

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