Le agevolazioni proliferano rispetto alla media europea
Bebè, sisma, facciate, mobili, tende, biciclette, Italia paese di bonus (per consenso): ci si lamenta dello Stato, ma poi si accolgono i suoi favori
Spese fiscali e aumento di consenso, l’Italia è tra i più generosi sui bonus Tasse e misure fiscali restano un tema spinoso e uno strumento politico da usare con coscienza
Ricorre nel dibattito politico italiano il nodo delle spese e delle tasse. Abbiamo, in rapporto ai Paesi europei, un livello di spesa elevato, e abbiamo un livello di imposte sul reddito elevato per il ceto medio. Un taglio delle spese – anche molto modesto – fatto ogni anno potrebbe, cumulandosi, finanziare la riduzione del carico fiscale per il ceto medio. Questa è la proposta portata avanti dal Partito Liberal Democratico.
La proposta alternativa che vuole, grazie a una imposta patrimoniale, redistribuire il reddito attraverso un maggior intervento dello Stato spingerebbe verso un maggior peso di quest’ultimo, come erogatore di redditi e servizi, a danno della società civile. Essa è portata avanti dalle forze politiche “non liberali”.
In entrambi i casi, è eluso il dibattito sul complesso delle entrate (nonché delle mancate entrate) fiscali. Dove le mancate entrate solitamente denunciate sono l’evasione e l’elusione. Ben più complesso è il sistema delle spese fiscali che riduce le entrate fiscali, segmentando il gettito, per ottenere il consenso dell’elettorato. Qui si ha un sistema per ottenere il consenso di fette dell’elettorato, ottenuto a danno delle (cospicue) entrate che altrimenti si avrebbero. Le spese fiscali (tax expenditures) sono una forma di spesa pubblica decentrata, che si affida alla scelta dei contribuenti. Invece di erogare servizi o trasferire denaro, lo Stato rinuncia a tassare, finanziando così una spesa privata in cambio del perseguimento di una missione pubblica.
I pregi: queste spese raggiungono subito l’obiettivo, piacciono agli elettori perché sembrano un’attenzione mirata, non intaccano formalmente il gettito futuro (possono essere abolite senza aumentare le aliquote) e sono utili per delle politiche anti-cicliche rapide. Inoltre, fanno emergere una base imponibile nascosta grazie alla tracciabilità obbligatoria.
I difetti: creano assuefazione ed è politicamente difficile rimuoverle una volta scaduta la ragione iniziale, inoltre generano comportamenti distorti (ci si aspetta il ritorno del bonus prima di comprare), mentre il costo finale è spesso imprevedibile, producono bolle di domanda e di prezzi, inducono cittadini e imprese ad attendere la “manna fiscale” invece di risolvere da soli i problemi.
Secondo l’ultimo Rapporto annuale allegato alla Nota di aggiornamento del DEF 2025, nel 2024 il minor gettito stimato dovuto alle spese fiscali è stato di 93,6 miliardi (82 nel triennio 2023-2025). Considerando anche IVA, IRAP, imposte locali e contributi, si arriva a circa 145 miliardi annui. Sul PIL 2023 (circa 2.130 miliardi) l’impatto è quasi il 7 per cento (un impatto pari cinque-sei volte una normale manovra finanziaria). Rispetto alla media europea l’Italia rimane tra i paesi più generosi. La proliferazione italiana dei bonus è iniziata con il bonus incapienti del 2007, è esplosa nel 2014, e da lì non si è più fermata: bonus bebè, eco bonus, sisma bonus, bonus facciate, bonus mobili, bonus tende, bonus biciclette, fino al bonus-rendita di 500 euro mensili per i disoccupati under 35 che diventino fondatori di un’impresa deep-tech. Ogni bonus è presentato come misura di equità o di politica industriale, ma con l’effetto di creare centinaia di rivoli redistributivi fuori dai canali classici (progressività IRPEF e trasferimenti INPS), spesso senza rispettare capacità contributiva né progressività, e quasi mai accompagnati da una valutazione ex post seria.
Si può trarre una prima conclusione. Le spese fiscali svolgono la funzione di alimentare il consenso di numerose categorie di potenziali contribuenti. Se non ci fossero, lo Stato vedrebbe materializzarsi un centinaio di miliardi di entrate, un ordine di grandezza della spesa sanitaria e dell’istruzione (altro che meno armi e più asili nido). Dietro la struttura delle spese fiscali si vede come gioca il consenso, così come si vede che ci si lamenta dello Stato, ma poi si accolgono i suoi favori.
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