Polonia sotto tiro. Per l’ennesima volta, un “oggetto non identificato” si è schiantato sul suo territorio. Lo sconfinamento è avvenuto mentre era in corso un attacco russo sul territorio ucraino. Nel frattempo, pochi giorni fa, due navi iraniane, cariche di armi destinate alla Russia e che solcavano il Mar Caspio, sono state colpite dalle forze ucraine, sembra, grazie a informazioni ricevute dall’intelligence israeliana. Si uniscono i punti e si pensa che i conflitti, in Medio Oriente e in Ucraina, con l’estensione in Europa, possano fondersi. Plausibile? «Sì, ma non è così semplice», osserva Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali, che delinea uno scenario ben più articolato.

Presidente, l’Europa è sotto tiro. Ma non reagisce.
«E come potrebbe? Non può certo scattare l’Articolo 5 della Nato. E comunque non siamo di fronte a un’escalation, bensì alla prosecuzione di una strategia già in atto da tempo. Mosca mira ad aumentare progressivamente la pressione fino a convincere una parte dell’Europa che sia più conveniente accettare una nuova sfera d’influenza russa che continuare a sostenerne il contenimento».

Di influenza o di sudditanza?
«Chi farebbe da azionista di maggioranza è chiaro».

A loro volta, Israele e Ucraina sono molto più vicini di quanto sembri?
«Direi di no. Al di là delle ultime vicende, i rapporti tra i due Paesi sono stati finora molto limitati. Gli ucraini, dall’inizio della guerra, non hanno mai ricevuto un sostegno militare significativo da Israele. Nonostante le origini ebraiche del presidente Zelensky».

Questo perché?
«Per Israele la priorità strategica è l’Iran. E per monitorarne il programma nucleare, ha evitato di compromettere i rapporti con Mosca».

E allora come interpreta il recente coinvolgimento ucraino sul dossier iraniano?
«Potrebbe essere il risultato di una pressione americana. Oppure il contrario. Kyiv potrebbe voler dimostrare a Washington di essere un alleato utile anche nella guerra contro l’Iran».

I due conflitti, quindi, stanno iniziando a sovrapporsi?
«Sempre di più. Questo è uno degli aspetti più interessanti dello scenario internazionale».

Perché?
«Perché al centro di tutto c’è la Cina. Pechino ha il chiaro obiettivo di diventare la principale potenza mondiale. E la storia insegna che nessun impero è mai stato sostituito da un altro senza un passaggio traumatico».

Sta dicendo che lo scontro tra Stati Uniti e Cina è questione di tempo?
«I cinesi ritengono molto probabile un confronto con gli Usa e si stanno preparando. In questo quadro, hanno tutto l’interesse a che i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente continuino, purché rimangano entro una certa soglia di intensità».

Per quale ragione?
«Perché consumano risorse americane. Oggi uno dei problemi più seri di Washington è l’esaurimento delle scorte di munizioni. A questo aggiungo la percezione di un indebolimento della potenza americana che si sta diffondendo nel mondo».

In che senso?
«Molti osservano che gli Stati Uniti, pur essendo la prima potenza militare del pianeta, non siano riusciti a piegare un Paese come l’Iran, sottoposto a sanzioni da decenni. Questo alimenta dubbi sulla reale capacità americana di imporre la propria volontà e indebolisce la fiducia dei suoi alleati. In Medio Oriente, ma anche in Asia».

L’Europa condivide questa percezione?
«L’Europa vive una condizione diversa. Molti Paesi possono decidere di avvicinarsi alla Cina come nuovo punto di riferimento strategico. Noi europei, invece, non abbiamo realmente un’alternativa all’alleanza con gli Stati Uniti».

Lei sostiene da tempo che l’eventuale guerra tra Stati Uniti e Cina potrebbe non iniziare da Taiwan. Perché?
«Perché Taiwan rappresenta il cuore dell’industria mondiale dei semiconduttori. Se la Cina attaccasse direttamente l’isola, rischierebbe di distruggere proprio quella risorsa che intende conquistare».

Dove potrebbe scoppiare allora il conflitto?
«Nelle Filippine. Sono un alleato degli Stati Uniti, ma non hanno il valore economico e industriale di Taiwan. Se Pechino le attaccasse, Washington sarebbe obbligata a intervenire militarmente e così impegnare enormi risorse che non ha».

Perché?
«Perché oggi il problema americano non è soltanto economico. È soprattutto industriale e demografico. Gli Stati Uniti non dispongono più della capacità manifatturiera necessaria per sostenere un conflitto prolungato contro una potenza come la Cina. Hanno meno cantieri navali, meno capacità produttiva e, soprattutto, meno persone da impiegare nell’industria. Ma anche da arruolare».

Quale sarebbe la conseguenza?
«Se gli Stati Uniti fossero costretti a ritirarsi nel Pacifico, Taiwan capirebbe che non può più contare sull’arrivo della “cavalleria”».

Torniamo al punto di partenza. Qual è il vero interesse della Cina rispetto ai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente?
«Che restino aperti, ma senza degenerare in una guerra totale. L’obiettivo di Pechino è logorare progressivamente gli Stati Uniti sul piano economico, industriale e militare, mettendoli sempre più in difficoltà davanti ai propri alleati».

In una formula?
«Imbarazzo e logoramento. È questa la strategia».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).