C’è una lezione che l’Europa continua a imparare a proprie spese: la geopolitica non cancella la storia. Può comprimerla, rinviarla, talvolta persino silenziarla. Ma non può eliminarla. La polemica esplosa tra Polonia e Ucraina attorno alla decisione del presidente Volodymyr Zelensky di attribuire a un’unità delle Forze per Operazioni Speciali il nome onorifico di “Eroi dell’UPA” lo dimostra con chiarezza. Da oltre quattro anni l’Ucraina combatte una guerra esistenziale contro l’aggressione russa. In questo contesto, la costruzione di una memoria nazionale autonoma rispetto all’eredità sovietica rappresenta per Kyiv una componente della propria resilienza strategica. È comprensibile che una nazione sotto attacco cerchi figure, simboli e tradizioni capaci di rafforzare il morale collettivo e l’identità nazionale. Tuttavia, la politica della memoria non si svolge nel vuoto. I simboli parlano linguaggi diversi a pubblici diversi.

Se per una parte della società ucraina l’UPA richiama la resistenza all’imperialismo sovietico, per la memoria nazionale polacca evoca invece una delle pagine più tragiche del Novecento, legata alle violenze contro i civili polacchi in Volinia e nella Galizia orientale. È qui che emerge il problema politico. Non perché l’Ucraina abbia perso il diritto di costruire la propria identità nazionale, ma perché oggi la sua sicurezza dipende anche dalla fiducia e dal consenso dei suoi alleati. E nessun alleato è stato più importante della Polonia nel sostegno militare, logistico e politico a Kyiv. La reazione di Varsavia, culminata nella proposta del presidente Karol Nawrocki di discutere la possibile revoca dell’Ordine dell’Aquila Bianca conferito a Zelensky nel 2023, non può essere liquidata come un episodio di nazionalismo o come una semplice concessione alla politica interna. Essa riflette una sensibilità storica reale, radicata nell’opinione pubblica polacca e destinata a pesare sulle future relazioni bilaterali.

Al tempo stesso, sarebbe un grave errore trasformare questa controversia in una frattura strategica. La Russia ha tutto l’interesse a sfruttare ogni tensione tra Kyiv e Varsavia. La macchina della propaganda del Cremlino prospera proprio sulle divisioni del campo occidentale, alimentando il racconto di un’Ucraina isolata e di un’Europa incapace di mantenere la propria coesione. Per questo motivo servono lucidità e proporzione. La Polonia ha il diritto di difendere la memoria delle proprie vittime. L’Ucraina ha il diritto di costruire una propria narrazione nazionale. Ma entrambe hanno il dovere politico di impedire che il passato diventi un vantaggio strategico per Mosca. L’Europa, e l’Italia con essa, dovrebbero favorire un percorso di riconciliazione storica fondato sulla verità, sul rispetto delle memorie nazionali e sulla consapevolezza che la sfida decisiva resta un’altra: garantire la sicurezza del continente e la sopravvivenza di un’Ucraina libera, sovrana e pienamente integrata nella famiglia euro-atlantica. Perché oggi il vero interesse europeo non consiste nello scegliere tra memoria e sicurezza. Consiste nel saper governare entrambe. E nel comprendere che anche un simbolo, se gestito male, può produrre un costo geopolitico che nessuno può permettersi.