L'intervista
“Palazzo di Vetro, specchio rotto”, secondo Vernetti l’Onu va riformata
Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Affari Esteri, oggi saggista e analista geopolitico, è autore de Il nuovo grande gioco (Solferino). È considerato vicino all’area politica che fa riferimento a Carlo Calenda e Pina Picierno.
Vernetti, l’Assemblea generale dell’Onu si è aperta in un mondo attraversato da mai così tante guerre e crisi. Qual è la fotografia del pianeta?
«È una fotografia segnata da tre grandi aree di instabilità: Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. In tutte e tre vediamo crescere la pressione delle autocrazie sulle democrazie».
Partiamo dall’Europa. La Russia sta testando la tenuta della Nato e quanto pesa oggi il rischio di un allargamento del conflitto?
«Sì. Sconfinamenti, droni e provocazioni sono strumenti con cui Mosca verifica la nostra capacità di reazione. Il rischio di una provocazione in un Paese baltico non può essere escluso. La tenuta dell’Europa e dell’Occidente non è più un’opzione politica: è una necessità strategica».
L’Europa è pronta a questa sfida o resta troppo dipendente dagli Stati Uniti?
«Deve certamente assumersi maggiori responsabilità nella propria sicurezza. Non significa rompere l’alleanza atlantica, ma rafforzarla rendendo l’Europa più autonoma. La dimensione nazionale, da sola, non è sufficiente».
E qui arriviamo a Trump. Quanto pesa l’incertezza americana sul futuro dell’Occidente?
«Pesa molto. Un allontanamento dell’America dall’ordine liberale rende più fragile l’intero sistema. Per questo le democrazie europee, il Canada, il Giappone e quelle dell’Indo-Pacifico devono costruire forme di coordinamento molto più avanzate».
L’Onu sembra invece sempre più impotente davanti alle crisi. È ancora uno strumento utile o va ripensato radicalmente?
«L’Onu resta importante per lo sviluppo, la salute e l’ambiente. Ma sul terreno della sicurezza è sostanzialmente paralizzata. L’architettura di Yalta non rappresenta più il mondo di oggi».
Il veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza è diventato un ostacolo alla sua credibilità? E come si dovrebbe riformare?
«Completamente. Il meccanismo del veto va ripensato e ridisegnato. È difficile considerare credibile un Consiglio di sicurezza che non rifletta gli equilibri del mondo attuale. L’India, per esempio, non può rimanere fuori da questo meccanismo».
Nel Medio Oriente il punto critico resta anche Bab el-Mandeb. Quanto è strategico per l’Europa?
«È un passaggio fondamentale per i traffici tra Asia ed Europa. Il rischio di una sua destabilizzazione è elevatissimo. Per questo è importante rafforzare la missione europea Aspides».
E l’Iran, attraverso i suoi alleati regionali, quanto contribuisce a questa instabilità?
«L’Iran utilizza una strategia su più fronti. Attraverso i suoi alleati e le sue milizie cerca di tenere sotto pressione Israele, l’Europa e le rotte commerciali tra Asia ed Europa».
Veniamo alla Cina. Xi Jinping è un fattore di stabilità o Pechino è oggi il principale elemento di tensione nell’Indo-Pacifico?
«La Cina è oggi il principale fattore di instabilità dell’Indo-Pacifico. Il riarmo, la pressione su Taiwan, le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale e le tensioni con le Filippine stanno modificando gli equilibri regionali».
Il sistema cinese è davvero così solido come appare? La crescita rallenta e il patto tra Partito e società potrebbe incrinarsi?
«Non considero la Cina un regime destinato necessariamente a rimanere stabile per sempre. Il patto tra il Partito comunista e la società si è fondato anche sulla promessa di una crescita continua. Se quella crescita rallenta, il patto può entrare in difficoltà».
Pechino sostiene anche Russia e Iran. Quanto pesa questo asse sul sistema internazionale?
«Pesa moltissimo. Gli acquisti cinesi di petrolio contribuiscono a sostenere l’Iran, mentre alla Russia arrivano tecnologie dual use. È un elemento di instabilità globale».
Nel suo ultimo libro parla di un nuovo “Grande Gioco”. Qual è oggi la partita decisiva?
«La competizione fra democrazie e autocrazie. È una partita che attraversa 15 mila chilometri, dal Giappone all’Ucraina, e che sta ridisegnando gli equilibri del mondo».
Qual è allora la priorità per le democrazie occidentali?
«Tornare a fare sistema. Difendere democrazia, libertà e Stato di diritto non è soltanto una battaglia ideale: è una questione di sicurezza».
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