L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è lo specchio vivido della stagione decadente che affligge l’ONU e lo condanna all’irrilevanza. Il pessimo mandato di António Guterres – che terminerà fortunatamente il 31 dicembre 2026 – potrebbe rappresentare la pietra tombale su un organismo destituito e delegittimato di ogni credibilità, perché trasformato in un megafono ideologico e incompatibile con quello spirito che ne definì i parametri e le finalità sullo scheletro e sui limiti della vecchia Società delle Nazioni.

La stagione della decadenza è il frutto del graduale sfilacciamento dei vecchi equilibri post-bellici su cui l’ordine mondiale si è retto fino alla caduta del Muro di Berlino e al repentino crollo (nel 1991) dell’Unione Sovietica. Da allora è iniziata una stagione cuscinetto che ci ha portati al presente, alla fase in cui si è inaugurata una stagione nuova, diversa, dagli esiti imprevedibili, ma innescata da una volontà di potenza che difficilmente si potrà arrestare. Guterres, invece di ripensare il ruolo dell’organismo e capire i rischi a cui si andava incontro, ha preferito seguitare sulla scia di un posizionamento che è passato dall’inconsistenza più totale nel conflitto russo-ucraino alla più estrema partigianeria in Terra Santa, dove, invece di smascherare connivenze, ambiguità e affinità con la retorica di Hamas e dei tagliagole al soldo dell’Iran, ha preferito trasformarsi in un megafono politico della propaganda pro-Pal.

Per questo, l’interrogativo posto dal presidente Macron non è errato nelle premesse, ma nella realizzazione concettuale. Dice Macron: «Vogliamo vivere in questa situazione, con un ritorno alla legge della giungla, o vogliamo vivere in una società internazionale civile?». Il riferimento alla crisi del diritto internazionale è evidente. Macron è al crepuscolo della sua presidenza, e il suo progetto di trasformare la Francia nella superpotenza egemone in Europa è fallito. Peggio ancora, la sua presidenza è quella in cui si è estinta la Françafrique, e dunque ora è costretto a un canto lamentoso che però cozza con la sua condotta politica degli ultimi nove anni, soggiungendo che «il nostro dovere oggi, più che mai, è mantenere una posizione ferma qui alle Nazioni Unite per prendere decisioni che promuovano i nostri interessi comuni, affinché le persone possano scegliere liberamente il proprio destino, il proprio modello di sviluppo e il proprio futuro». Per Macron, il palcoscenico del Palazzo di Vetro è l’ultima occasione per lasciare una traccia, un testamento politico che spera possa essere un appiglio per un suo ritorno futuro.

Ma è su Gaza che il presidente francese stecca. L’inquilino dell’Eliseo rimprovera gli Stati che hanno riconosciuto per «cinismo» — del resto, come ha fatto la Francia — la Palestina «solo sulla carta», per poi restare inattivi su Gaza, definendola «una vergogna per tutti noi». Peccato che ad oggi non esista alcuna autorità in grado di garantire una tenuta statuale in Palestina: dettaglio a cui Macron ha rinunciato in favore di un’approvazione generale. Del resto, lo stesso Guterres si è spinto a definire quanto avviene in Cisgiordania come «lo spettro della pulizia etnica». Chi si è risparmiato questo tetro spettacolo è stato il cancelliere Merz, impegnato a tenersi stretta la poltrona dopo i disastrosi risultati elettorali che hanno visto una débâcle generale per la CDU. Merz prova a resistere, ma l’offensiva è in atto, e anche l’SPD, socio nella grande coalizione, inizia a mostrare insofferenza verso un governo che agli occhi dei tedeschi ha già fallito.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.