Donald Trump ha annunciato l’avvio della seconda fase del Piano per Gaza, il quale prevede la costituzione del “Board of Peace” in funzione di amministrazione transitoria “che stabilirà la cornice e coordinerà il finanziamento per la ricostruzione” della Striscia. Alcuni hanno ironizzato su Trump che si incorona rappresentante di quell’amministrazione. Liberi di farlo, ovviamente. Liberi, cioè, di far passare la cosa come l’ennesima manifestazione di megalomania di un mezzo matto che si sveglia una mattina e si dichiara imperatore della ricostruzione di Gaza. Il guaio, come sempre, è la realtà: perché era il Piano per Gaza, adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione dello scorso novembre, a prevedere che quell’organismo sarebbe stato presieduto dal presidente degli Stati Uniti.

Solitamente adorate come pronunciamenti intangibili e oracolari, le risoluzioni dell’Onu diventano materia trascurabile quando – come in questo caso – preannunciano un andazzo diverso, urtando il biennio di retoriche alla “All eyes on Gaza” che non ha portato nessun sollievo alla popolazione civile e ha invece dato respiro e legittimazione di fatto alle formazioni terroristiche della Striscia.

Se si gratta via la superficie della comune avversione al Piano per Gaza, ci si accorge che ad essere avversata non è la matrice “trumpiana”, ma la sostanza di quell’accordo. A cominciare dall’esordio, che reclama una soluzione complessiva della crisi sul presupposto che Gaza costituisce un pericolo per la regione e per i Paesi circostanti. Vale la pena di ricordare, citandolo testualmente, quale fosse il primo punto del Piano: “Gaza sarà una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo, che non rappresenterà una minaccia per i suoi vicini”. E varrà la pena di ricordare come il Piano si proponesse di affrontare – e risolvere – il problema: distruggendo le capacità militari delle formazioni terroristiche di Gaza e impedendone la ricostituzione.

Si vedrà in quale misura e con quale efficacia il Piano sarà attuato, ma è palese che a frenarne l’attuazione, o a subirla con dispetto, saranno i tanti che presso le cancellerie occidentali, presso il “deep state” delle Nazioni Unite e, ovviamente, presso i ranghi del terrorismo terrorizzato dalla propria fine, pensavano che la soluzione del conflitto coincidesse con il puro e semplice ritiro israeliano e con mezzo governo dello Stato ebraico alla sbarra dell’Aia.

Pur rischioso, pur esposto a pericoli di insuccesso, pur complicato, il Piano per Gaza aveva, e mantiene, una grande angolatura, che comprende ma va ben oltre Gaza proprio perché ha riconosciuto in Gaza, e nella radicalizzazione che ancora la assedia, un motivo di instabilità addirittura ultra-regionale. La concomitanza della visita negli Stati Uniti del capo del Mossad per colloqui con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, è casuale solo per chi non considera che la guerra di Gaza, appunto, andava oltre i confini della Striscia e avrebbe smosso i rapporti di forza con il regime – quello iraniano – che aveva organizzato e finanziato ogni istanza terroristica non solo lì ma in Libano, in Siria, in Iraq, nello Yemen. Si parla di Iran, quando si discute del terrorismo palestinese. Si discute del terrorismo palestinese, quando si parla del regime iraniano.