Lo scenario
Iran, opposizioni immobili ma le rivolte non si fermano. Turchia e Arabia Saudita temono ruolo egemone di Israele in Medio Oriente
Mentre Trump valuta una possibile strategia di intervento in Iran, Cina, Arabia Saudita e Turchia premono per la moderazione. Il presidente statunitense sembra aver attenuato la retorica su una possibile azione militare, mentre le manifestazioni anti regime proseguono in gran parte dell’Iran, seppure in tono minore a causa della terribile repressione delle rivolte praticata a telecamere spente con un blackout di internet a livello nazionale, posto in essere nel tentativo di nascondere agli occhi del mondo l’immane massacro di vite umane.
Le ultime moderate dichiarazioni di Trump assomigliano molto a quelle dello scorso 12 giugno quando affermò di preferire una soluzione diplomatica e non un attacco militare. Era chiaramente una tattica diversiva volta a mettere a tacere le sirene d’allarme a Teheran prima dell’attacco israeliano. Ma intanto per le strade di Teheran i manifestanti continuano a lanciare messaggi al presidente Usa: “Il popolo iraniano ti sta aspettando”; “Trump, fai presto!”, si legge sui muri e sui manifesti delle vie della megalopoli iraniana. Sperano che Washington adotti misure decisive contro i loro oppressori e che li aiuti a raggiungere la libertà. Non si sono mai fermate le impiccagioni dei detenuti che avvengono a ritmo serrato quotidianamente nelle prigioni del paese. Le autorità iraniane mentono quando dicono che le manifestazioni sono cessate. L’orrore purtroppo continua a riflettori spenti.
Mentre Trump sembrava attenuare i toni nei confronti dell’Iran, i leader regionali erano impegnati in una serie di contatti diplomatici per evitare un’escalation che avrebbe potuto ripercuotersi sull’intera regione. La Cina, che ha spesso assunto posizioni a sostegno dell’Iran su una serie di questioni, ha affermato che potrebbe svolgere un “ruolo costruttivo” nell’allentare le tensioni, invitando tutte le parti interessate a dar prova di moderazione. Giovedì, durante una telefonata con il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha affermato che il suo paese rifiuta “l’uso o la minaccia della forza nelle relazioni internazionali e che si oppone alle nazioni che impongono la propria volontà su altri”.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha tenuto giovedì una serie di telefonate con i suoi omologhi in Iran, Oman e Qatar, durante le quali ha discusso degli ultimi sviluppi nella regione e degli sforzi congiunti per migliorare la sicurezza e la stabilità regionale. Nel contempo, il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha contattato i suoi omologhi francese, omanita e iraniano, nonché l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff. Anche la Turchia si mostra molto preoccupata della situazione che si è determinata che secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, minaccia la stabilità e la sicurezza dell’intera area. Fidan ha ribadito il rifiuto del suo paese di intraprendere qualsivoglia azione militare contro l’Iran, aggiungendo che Ankara è pronta a proseguire le sue iniziative diplomatiche per evitare l’escalation tra Teheran, Washington e Gerusalemme. Inoltre sia Ankara che Riad temono che con la caduta del regime iraniano, Israele possa divenire la potenza egemone del Medio Oriente.
Ma, come è avvenuto per i precedenti attacchi di Israele e degli Stati Uniti, quella del mondo arabo per Teheran sembra essere una mera solidarietà di facciata. Quello che preoccupa molto Ankara è che la sua recente strategia, incentrata sulla costruzione di legami amichevoli con le potenze regionali per espandere l’influenza di Ankara in ambito economico. Mentre il conflitto si inasprisce, il radar rimane un punto critico geopolitico, inoltre con l’impennata dei prezzi dell’energia, la già fragile economia turca subirebbe un ulteriore colpo. Ad Ankara non dispiacerebbe affatto un radicale indebolimento dell’Iran e una forte perdita di deterrenza perché i due paesi sono rivali regionali e tra di loro vi sono forti divergenze. Ciò non è una novità. È dagli anni Novanta che Teheran e Ankara competono su più fronti. Un discorso analogo vale anche per Riad.
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