La giornata si chiude con unI don’t know. È la risposta che Trump ha dato a una giornalista che gli chiedeva appunto quali fossero i prossimi, eventuali passi degli Usa in Iran. Difficile dire cosa spinga di più la Casa Bianca a questo atteggiamento attendista. Che tanto stride con le promesse di intervento. Pesano di più le criticità operative o le incertezze finanziarie?

Arabia Saudita, Oman – dove peraltro è in missione Giorgia Meloni in questi giorni – ed Emirati arabi hanno invitato Washington a ridurre il livello di minacce. Anche il Qatar vorrebbe evitare di trovarsi nell’occhio di un ciclone bellico per la seconda volta in un anno. Questo spiega l’evacuazione parziale della base Usa al-Udeid, che in caso di attacco si troverebbe esposta al rischio di ritorsioni iraniane. Anche la Turchia ha fatto capire che un’incursione – la cui portata e impatto temporali restano ignote – ai suoi confini, che sono di fatto quelli della Nato, non sarebbe gradita. D’altra parte, Trump sta ridisegnando la carta politica del mondo. È impegnato a regolare dei vecchi conti con quei dittatori che in passato hanno osato prendere per il naso gli Stati Uniti. I mercati sono sugli scudi, quindi.

Ieri le borse occidentali erano deboli. Più sostenute Hong Kong e Tokyo, a conferma di un trend positivo costante da inizio anno. Le piazze tecnologiche in Corea del Sud e Taiwan hanno raggiunto nuovi massimi storici. La leva è stata innescata dall’operazione Maduro, che ha reso di nuovo interessanti gli asset dell’Estremo oriente. Viene da chiedersi, quindi, dove andrebbero a parare gli investitori se anche il quadrante asiatico fosse attraversato da una crisi. È plausibile una nuova fase di attrattività per noi? Groenlandia e Ucraina a parte, che certo non sono poche cose, la finanza europea vive nella sua bolla fatta di euro forte, garanzie giuridiche e sistema bancario consolidato. Sembra assurdo, ma la stanca e vecchia Europa potrebbe diventare un buen retiro per chi vuole investire lontano dalle crisi geopolitiche. E anche coronariche.

Vero è che le transazioni finanziarie oggi hanno gli algoritmi a protezione delle perturbazioni internazionali. Tuttavia, le transazioni del mercato fisico ci dicono qualcosa. Il petrolio è in rialzo (61,79 dollari al barile a New York, +1,05%). L’ottimismo dell’offerta (dopata) del Venezuela è già scemato. Vuoi per i timori appunto di un attacco all’Iran, vuoi perché il greggio kazakho è vittima dei raid ucraini. L’Opec non si è espressa. Salvo dire che la domanda globale nel 2027 sarà ancora in aumento. Preferisce fare dichiarazioni di lungo termine, piuttosto che impegnarsi in pronostici sulla tenuta di uno dei suoi membri più autorevoli.

Di più facile interpretazione sono le corse rialziste delle commodity. Oro, argento e rame avevano già spiccato il volo prima di Natale. Adesso chi le ferma più? Di solito è la finanza che anticipa i timori, per poi essere seguita dall’economia reale. In questo caso, è il contrario. La domanda industriale sta andando forte. E non si può dare sempre e soltanto la colpa alla Cina. Con la politica estera Usa che va nella direzione di abbattere le dittature, le imprese cercano di stoccare materie prime e gli speculatori ne approfittano. Si aggiunga poi che i regimi in bilico sono seduti su riserve incalcolabili di risorse naturali.

Venezuela e Iran, in questo, sono due fotocopie. Gas e petrolio fluttuano tra miniere intonse di materie prime. Industria solerte, finanza opportunista e politica di potenza sono un combinato disposto che inevitabilmente pesa sui costi produzione. Gli stessi Usa dovranno farvi i conti. L’estrazione del petrolio costa poco. Ma non la sua raffinazione e il trasporto. Scenario che spiega bene quell’I don’t know del comandante in capo.

Avatar photo

Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).