Petroguerra
L’inesauribile guerra per l’oro nero, Tabarelli: “Trump pensa agli affari, dovrà togliere l’embargo all’export”
Tra petroliere russe bloccate nel Mar dei Caraibi, narco dittatori esfiltrati nottetempo e il giacimento con le più vaste riserve di greggio estraibili al mondo, il quadrante venezuelano è diventato l’epicentro di una crisi dai tratti novecenteschi. Ancora una volta è la corsa all’oro nero a scrivere la storia. Ne abbiamo parlato con Davide Tabarelli, Presidente e fondatore di Nomisma Energia.
Professione, è in corso una nuova guerra del petrolio?
«Al momento è più corretto parlare dell’apice di un disastro causato da una ricchezza enorme in circolazione, generata sì dal petrolio e che ci ha consentito di raggiungere il grado di modernità che tutti abbiamo sotto gli occhi. Un tenore di vita fatto di benefici insuperabili e insostituibili. D’altro canto, questa ricchezza è la causa dei disastri come quello del Venezuela. Tutti i governi che si sono succeduti a Caracas hanno pagato il prezzo della dipendenza dalle ricchezze naturali del territorio».
Il caso Maduro è differente rispetto ai regimi del Novecento.
«Che un petro-Stato venga attaccato militarmente, per questioni legate al suo presidente, è un caso mai visto in passato. D’altra parte, anche il futuro sistema di governo che guiderà il Venezuela dovrà fare i conti con il petrolio».
Come si è detto più volte, ci vorranno anni affinché questo tesoro del sottosuolo venezuelano possa essere immesso sul mercato. Adesso Trump ha due carte. Usarlo, oppure tenerselo per riserva. Secondo lei cosa farà?
«Donald Trump un imprenditore dal fiuto per gli affari. Capisce bene che è controproducente portar via alle popolazioni locali le proprie risorse di crescita. Questo sì che si è già visto. Depredare le ricchezze a un Paese produttore vuol dire aizzare i sentimenti nazionalisti anticapitalisti. Trump cercherà quindi di trovare un accordo, che preveda un risarcimento alle compagnie petrolifere. Le major hanno già lasciato intendere di non essere così entusiaste di prestarsi a una politica aggressiva com’è quella della Casa Bianca. Tanto più che fra tre anni Trump non ci sarà più. Mentre sappiamo che i contratti della filiera Oil & Gas durano per decenni».
Nella lista dei petro-Stati, che sono anche i “cattivi” per Washington, ci sono la Russia e l’Iran. Cosa rischiano da questa vicenda?
«Per loro è un problema. Trump sta tenendo bassa l’inflazione e così pure il prezzo della benzina. Lo fa per accontentare gli elettori, che in ogni caso non sono soddisfatti del clima economico interno. Sarebbe stato peggio infatti, se questa azione fosse stata compiuta due o tre anni fa. In coincidenza con l’inizio della crisi russo-ucraina, i prezzi dei carburanti sarebbero saliti. Invece, per Trump, questo è un momento fortunato. Vista la gran quantità di petrolio in circolazione oggi. Già questo pesa sull’export petrolifero di Mosca e Teheran».
E la Cina?
«Come già successo, Pechino resta di difficile interpretazione. Non si dimenticherà facilmente quanto è successo. D’altra parte, per la sua industria, i prezzi energetici bassi sono favorevoli. Ora, il suo silenzio lascia intendere che si aspetta una fase di normalizzazione in Venezuela. Gli Usa prima o poi toglieranno il blocco. Questo permetterà ai cinesi di tornare a importare petrolio locale, in totale trasparenza e facendo affari con le major Usa una volta che anch’esse saranno tornate nel Paese. Trump capirà. Proprio per le sue capacità di fare business, è consapevole che gli Usa hanno bisogno della Cina e quindi cercherà di evitare di mettere a Caracas un fantoccio filo americano, come si faceva negli anni Cinquanta e Sessanta».
Lo scenario si complica di ora in ora. Alle navi militari mandate in perlustrazione da Mosca, Washington ha risposto con il sequestro di una petroliera.
«La Russia sta cercando di difendere i propri interessi locali. Alla luce del colpo assestato, viene da chiedersi quanto convenga a Trump tirare ancora di più la corda. Adesso è essenziale avviare una fase di normalizzazione. E questa deve partire per forza dal togliere l’embargo all’export venezuelano».
L’affare Groenlandia però suggerisce che Washington intenda ancora lanciare provocazioni.
«È appunto il rischio a cui pensavo».
E l’Europa? Qual è il nostro ruolo, con le nostre politiche di diversificazione energetica e ambientali?
«Restiamo dipendenti dal resto del mondo. Nonostante il nucleare, il green deal, le rinnovabili».
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