I contorni
Petrolio, prodotto a 3 dollari e venduto a 60. Le altre mosse di mercato USA che fanno infuriare la Cina
Se voleva mandare un segnale chiaro, Donald Trump è stato particolarmente bravo. Dopo la cattura di Nicolás Maduro, o il sequestro come dicono quelli che non amano “The Donald”, diventano sempre più chiari i contorni dell’operazione “Venezuela” che gli Stati Uniti stanno portando avanti. Non solo un’operazione di geopolitica, ma un vero e proprio intervento nel mercato globale del petrolio. E cosa dice il segnale che hanno inviato da Washington? Il petrolio è di nostra competenza, non lasceremo ad altri il controllo del mercato.
Controllo del “barile”
Subito dopo l’operazione, Mosca e Pechino hanno presentato rimostranze formali richiamando, proprio loro, gli Stati Uniti al rispetto del diritto internazionale. Le cose sono precipitate dopo le dichiarazioni di Trump nella notte del 6 gennaio. Scrive il presidente sul social Truth: “Sono lieto di annunciare che le autorità di transizione in Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, non soggetto a sanzioni. Questo petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato sarà gestito da me (…) per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!”.
Apriti cielo. Sono passate poche ore, e la reazione furente della Cina non si è fatta attendere. Il Venezuela è “uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche”, e le richieste Usa “violano il diritto internazionale, ledono la sovranità e minano i diritti del popolo venezuelano”. È il commento della portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning. Perché una reazione così forte? Fino ad oggi, la Cina compra il 90% della produzione di greggio del Venezuela. E lo compra a prezzi di “favore”. Mentre The Donald annuncia la vendita a “prezzi di mercato”, e la cosa potrebbe causare danni economici a Pechino.
Stime e conseguenze
Secondo alcune stime, il piano della Casa Bianca potrebbe portare nelle casse del Venezuela fino a 2,5 miliardi di dollari. Il sistema petrolifero venezuelano è molto malandato. Ecco perché il numero uno degli Usa invoca l’intervento delle corporation americane per rimettere a posto tutta la filiera produttiva. Secondo alcune stime, serviranno investimenti fino a 100 miliardi di dollari per rendere di nuovo efficiente e redditizia la produzione di petrolio nello Stato sudamericano. Un investimento che gli americani vogliono finanziare non a spese del dollaro ma utilizzando le risorse del territorio. Senza dimenticare che i margini di guadagno sono enormi. Come spiega il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, “dietro al petrolio c’è una marea di soldi: viene prodotto a 3 dollari e venduto a 60 dollari”.
Prospettive
Rimettere in circolo il greggio di Caracas che effetti avrà sui prezzi al barile? Oggi il contributo del Venezuela all’offerta globale di greggio è l’1% del totale mondiale. L’estrazione si colloca tra 900mila e un milione di barili al giorno, un livello molto distante dai picchi superiori ai 3 milioni registrati nella seconda metà degli anni Duemila. È quanto emerge dalle valutazioni dell’Investment Team di Gamma Capital Markets. Le capacità di export restano bloccate dalle sanzioni imposte dagli Usa. Le proiezioni indicano che nel 2026 la produzione dovrebbe mantenersi sostanzialmente invariata, attestandosi intorno ai 900mila barili giornalieri.
In una prospettiva di più lungo periodo, l’orizzonte chiave è il 2030: in questo scenario, il Venezuela potrebbe arrivare a produrre fino a 2 milioni di barili al giorno. Un simile incremento comporterebbe, secondo le stime, una riduzione di circa 4 dollari al barile del prezzo del Brent rispetto allo scenario di riferimento. Per questo motivo, l’eventuale intervento statunitense e la ripartenza dell’output venezuelano vengono interpretati da Gamma Capital Markets come un fattore strutturalmente negativo per le quotazioni del petrolio.
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