Caro Direttore,
sto seguendo con interesse il dibattito stimolato dal tuo editoriale puntuto sulla morte e resurrezione del centro politico in Italia, una morte che per te ha come responsabili i suoi attuali protagonisti politici e come unica possibile resurrezione la sua evoluzione a luogo di pressione e opinione, non elettorale. L’intervento di Andrea Marcucci prima e di Enrico Cerchione poi hanno dato visioni diverse sulla possibilità (o necessità) che invece il centro riformatore ed europeista esista alle prossime elezioni politiche. Provo a dare un contributo, non retorico e senza alcuna diplomazia (non c’è tempo per questa).

Oggi c’è un solo partito nell’area liberale che ha le condizioni minime per partecipare al voto, ed è Azione. Il partito guidato da Carlo Calenda gode di un consenso probabilmente sufficiente a superare in autonomia (con tutti i rischi del caso) la soglia di sbarramento del 3%, e ha nel suo segretario la figura che in questi anni più si è distinta per l’intransigenza della linea riformatrice ed europeista, una opposizione mai preconcetta al governo Meloni e un’alternativa responsabile alla deriva cheguevarista del campo largo. Nel mondo reale della politica, da queste considerazioni minime dobbiamo partire. Tutti gli altri possibili protagonisti (partiti, associazioni, movimenti e personalità) hanno però – ognuno di loro – caratteristiche e un valore politico tale da porre a Carlo Calenda e ad Azione una opportunità e una sfida: costruire una proposta più ambiziosa, plurale e profonda che ambisca al voto non di un milione di elettori (tanto è grossomodo il 3% alle politiche), ma di due o tre milioni di votanti, e offrire a questi cittadini un’opzione di governo e non di mera testimonianza.

Per questa sfida, il contributo del PLD di Luigi Marattin e Andrea Marcucci è importante, perché parla il linguaggio della libertà e si rivolge a chi chiede un’Italia e un’Europa libere dai lacci di burocrazia, corporativismo e statalismo asfissiante. Così come è fondamentale il ruolo di Pina Picierno, europeista cristallina ed esempio di quella promessa di riformismo e innovazione civile e sociale che doveva essere e non è stato il PD. Ed è altrettanto importante coinvolgere tutti quei movimenti di ispirazione liberale, popolare, socialista, repubblicana e civica che in questi mesi stanno rispondendo all’appello dei “non allineati” nelle due coalizioni del bipolarismo populista. Un appello che la nostra piattaforma Europeisti.eu ha lanciato il 15 giugno scorso a Milano e che continua quotidianamente a essere raccolto da migliaia di attivisti in tutta Italia.

Nessuno oggi chiede a nessuno di rinunciare alla propria organizzazione e alla propria identità. Si tratta di dar vita a un rassemblement sul modello dell’esperienza realizzata in Francia da Macron, Bayrou, Goulard, Philippe e tanti altri, in cui lo stare insieme è dato dalla condivisione degli obiettivi, pur nella “anarchia costruttiva” delle forme organizzate che partecipano. Questo modello plurale è solo apparentemente meno impegnativo, è in realtà il più responsabilizzante, perché impone a tutti di fidarsi gli uni degli altri. Non ci sono quote di candidature, non ci sono riserve indiane, si rinuncia a secondi o terzi tavoli di trattativa. Vi può partecipare solo chi accetta di costruire il “centro senza condizioni”, il centro senza piano B. Ci sarà il tempo delle scelte antipatiche, delle liste di candidati e della gestione difficilissima degli equilibri territoriali. Ma pure quella funzionerà solo se tutti – tutti – vi parteciperanno in buona fede. Non esistono accordi notarili in politica, esiste solo la fiducia. O ce l’abbiamo, gli uni per gli altri, o non saremo all’altezza del compito richiesto.

PS. Anche solo dover ancora parlare di tutto questo, dopo il risultato da brividi in Sassonia Anhalt, sembra folle. Sembriamo quelli dei partiti di Weimar, che litigavano tra loro mentre qualcun altro si divorava la Germania.

Piercamillo Falasca

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