Quella a cui assisteremo nella prossima Direzione del Partito democratico sarà una vera e propria prova muscolare da parte della segretaria dem nei confronti della frangia più riluttante dei riformisti. Di fatto, si sta procedendo verso quelle che restano “primarie” (sulla carta), di cui ancora non si intravede alcuna reale intenzione. La candidata di punta, ovviamente, è la segretaria Schlein. Del resto, lo Statuto del Pd parla chiaro: prevede che sia la segretaria – in questo caso Elly – a essere direttamente proposta come candidata presidente del Consiglio dei ministri, e che sia solo lei a poter decidere se proporre o meno un nome alternativo. E c’è da giurarci che a Schlein, forte di un’ampia maggioranza che tiene a bada anche i più riluttanti, non passi neanche per la testa l’idea di proporre un avversario interno.

A blindare del tutto questa scelta c’è Igor Taruffi, che imbraccia lo Statuto per stoppare sul nascere ogni corsa alternativa. Un richiamo alle norme “contro” il candidato più plausibile della minoranza, Giorgio Gori, emerso dopo il convegno dei riformisti a Prato come la figura più probabile per dare slancio e rappresentanza a quell’area che, altrimenti, rimarrà a piedi. Di conseguenza, si procede dritti verso la candidatura unitaria di Schlein alle primarie, facendo finta di non vedere che una parte importante del partito, in maniera nemmeno troppo velata, vorrebbe virare su Conte. Si blinda così la candidatura, e Schlein si racchiude nella sua roccaforte, nel suo Castel Sant’Angelo, evitando di dare prova al Pd della tenuta reale della sua linea politica. Resta però un precedente fondamentale: una delle poche occasioni in cui lo Statuto venne superato fu quando Bersani accettò la sfida e si candidò contro Renzi. E allora la domanda sorge spontanea: perché anche questa volta non può accadere?

A questo quadro si aggiungono poi i nodi programmatici del cosiddetto campo largo – o centrosinistra allargato che dir si voglia – dove le difficoltà sono anche e soprattutto metodologiche. Conte da un lato preme per fare primarie immediate che individuino subito il candidato destinato a guidare questa coalizione larghissima; Schlein dall’altro vuole ripartire prima da un programma comune. C’è un problema di fondo e di visione interna: per battere la destra ci si è semplicemente accorpati tutti assieme, ma una prospettiva davvero comune non c’è (e con ogni probabilità non ci sarà mai).

Senza contare, di fatto, che queste sono giornate caldissime anche e soprattutto per la legge elettorale. Ora in terza lettura bisognerà aspettare tra il 6 e l’8 ottobre per il voto finale, ma come dimenticare la gioia e la soddisfazione del campo largo quando la prima volta affossò alla Camera le preferenze, rivendicandola come una grande vittoria e una prova di compattezza delle opposizioni? Se il fine giustifica i mezzi, richiamando la celebre massima, è giunta l’ora per la segreteria dem di smettere di cincischiare. Se Schlein vuole davvero candidarsi, deve iniziare a premere con forza il piede sull’acceleratore. I 5 Stelle lo stanno già facendo, attraverso “Nova” e una serie di eventi in tutta Italia per promuovere di nuovo Conte premier. Il rischio reale, per la segretaria, è svegliarsi domani e ritrovarsi dritta verso un Conte-bis: un’eventualità che, per quanto arrivi da un teorico “compagno di coalizione”, al Nazareno suonerebbe come un’autentica beffa. Se Schlein non vuole restare a guardare dalla finestra mentre Giuseppi le sfila la leadership, deve iniziare a tirare fuori le unghie.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.