«Quello che resta della Repubblica islamica oggi mette in scena un’improbabile prova di forza, rivolta a noi occidentali, che siamo inclini ad impressionarci senza guardare più a fondo le cose in Medio Oriente». Mariofilippo Brambilla di Carpiano, presidente dell’Associazione Italia-Iran, approfitta dei funerali della Guida suprema, celebrati sabato 4 luglio, per riflettere sulla diaspora iraniana e sulla rivolta che al momento è in stand by.

Brambilla, possiamo aspettarci delle esequie come quelle per Khomeini nel 1989? Al tempo, nel delirio collettivo, ci furono addirittura dei morti.

«I tempi sono cambiati. È finita l’era del consenso e con esso di quelle scene tragiche. Il regime è debole e lacerato. Il clero sciita è diviso. I Pasdaran lo stanno rimpiazzando nei posti di comando. I falchi ultraconservatori sono contro gli accordi con gli Usa e premono per la vendetta, mentre i riformisti, veri cani da guardia del sistema, la pensano diversamente e scenderebbero a patti con chiunque pur di salvare lo status quo».

Però la repressione è ancora in corso.

«Purtroppo è l’unico apparato che funziona con efficacia. Tutto ruota intorno a Ghalibaf e Vahidi, veri registi di questa fase del Paese. L’incognita è la posizione delle forze armate regolari: in questa fase così tumultuosa non hanno ancora chiarito da che parte stare».

Che fine ha fatto Mojtaba Khamenei, nuova Guida suprema?

«Sulla sua assenza dalla scena si sono dette molte cose. È probabile che stia sfruttando il fanatismo dei suoi per apparire come l’Imam nascosto e giocare la carta del mahdismo (di fatto il messianismo della Shià, ndr) per rinforzare il suo potere».

Da inizio anno, la diaspora iraniana è tornata al centro dell’attenzione. Tuttavia, sono emerse forti divisioni interne. Sono queste che hanno pregiudicato il cambio di regime a Teheran?

«Dove ci sono libertà e democrazia ci sono anche punti di vista diversi. È normale. La diaspora iraniana nel mondo non è stata aiutata per niente dai Paesi che la ospitano. Un po’ per timore, ma anche per ideologia. È un dato di fatto però che la figura del principe Reza Pahlavi sia emersa nettamente come l’alternativa più strutturata e credibile che federa forze in campo eterogenee. La partita non è chiusa. D’altra parte siamo entrati in una fase di stallo».

Eppure i Mujaheddin del popolo accusano Reza Pahlavi di seguire il cammino del padre.

«I Mujaheddin del popolo, noti anche come Mek, sono una fazione delegittimata. Nascono come una formazione terrorista che ha aiutato Khomeini a prendere il potere nel 1979. Poi hanno collaborato con il regime di Saddam Hussein, imbracciando le armi contro il loro stesso popolo. Sono una specie di setta che in questi decenni si è data ad ogni tipo di traffico illecito, tra Iraq e Albania, per finanziarsi e per comprarsi i favori di alcuni politici internazionali. Hanno sempre e solo diviso l’opposizione. Hanno stabilito da soli che il futuro Iran sarà una Repubblica a loro immagine e somiglianza. Il tutto senza sentire la necessità di passare prima da una consultazione popolare».

Voi invece proponete un referendum? Come in Italia nel 1946.

«Credo sia legittimo che a scegliere sia il popolo iraniano. Vorrà vivere in una Repubblica? Quale Repubblica? Oppure una Monarchia parlamentare? Sono domande lecite. Al contrario, dal 2003 il Mek è guidato da Maryam Rajavi, che si è autoproclamata presidente del movimento in un congresso alla presenza esclusivamente dei suoi seguaci. Da allora si considera la leader indiscussa dell’Iran in esilio senza considerare di sottoporsi a libere elezioni. Non ha mai parlato di referendum o libere elezioni. A un certo punto voci accreditate sostenevano che avesse addirittura ammazzato il marito (Massoud, leader storico dei Mujaheddin, ndr). Al netto dei gossip, seppur tetri, ha esaurito la propria spinta emozionale. Non hanno una proposta politica e, per tornare alla domanda iniziale, questo non fa bene alla diaspora e nemmeno alla auspicata caduta del regime. Che dovrebbe essere, al contrario, l’obiettivo comune di tutti noi».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).