Da questa settimana l’Unione europea cancella i dazi sulle importazioni di prodotti industriali statunitensi. È il passaggio più concreto dell’intesa commerciale raggiunta tra Bruxelles e Washington in Scozia un anno fa a e, nelle parole di Ursula von der Leyen, “una buona notizia per il commercio transatlantico”. Dunque più prevedibilità, scelta e prezzi migliori per imprese e consumatori europei. La Von der Leyen ha sottolineato come “la relazione transatlantica resta la più preziosa al mondo”. La decisione chiude una fase di incertezza che aveva pesato sui rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, dopo mesi di tensioni e minacce tariffarie. Il nuovo quadro elimina i dazi residui sui beni industriali americani importati nell’Unione europea e introduce un accesso preferenziale per una serie di prodotti agricoli e alimentari statunitensi.

Il beneficio più immediato è per le imprese Usa dell’industria manifatturiera: macchinari, componentistica, prodotti chimici, dispositivi medici, beni intermedi e apparecchiature potranno entrare nel mercato europeo a condizioni più favorevoli. Per Washington si tratta di un risultato politico ed economico rilevante. L’industria americana ottiene un accesso più semplice a un mercato da oltre 450 milioni di consumatori, mentre alcuni comparti agroalimentari incassano aperture mirate. Tra i prodotti indicati dall’accordo figurano frutta secca, latticini, frutta e verdura fresca e trasformata, alimenti lavorati, sementi, olio di soia, carne suina e bisonte. A questi si aggiunge la continuità del regime duty-free per l’aragosta statunitense, eredità del mini-accordo commerciale siglato durante la prima amministrazione Trump. Ma anche l’Europa può leggere l’intesa come una forma di stabilizzazione. Le imprese europee che utilizzano componenti, tecnologie o input industriali americani potranno beneficiare di costi più prevedibili. Per le catene del valore integrate — dall’automotive alla meccanica, dalla chimica alla farmaceutica, fino all’aerospazio — la riduzione delle frizioni doganali può tradursi in minori costi di approvvigionamento e in maggiore certezza contrattuale. Per i consumatori, almeno in teoria, l’effetto atteso è una maggiore offerta e una pressione al ribasso sui prezzi di alcuni beni importati. Il valore politico dell’operazione, però, supera quello strettamente tariffario. Bruxelles vuole dimostrare di saper mantenere gli impegni assunti con Washington senza rinunciare alla propria autonomia regolatoria.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, ottengono una prova concreta della disponibilità europea a riequilibrare una parte del rapporto commerciale. La durata dell’impianto, prevista fino alla fine del 2029 salvo successive valutazioni, serve proprio a dare orizzonte agli operatori economici, ma contiene anche clausole di sospensione nel caso in cui una delle parti non rispetti gli impegni. C’è però un grande assente nel disgelo: l’acciaio. Proprio mentre Bruxelles apre il mercato ai prodotti industriali americani, l’Unione europea rafforza infatti le difese sul comparto siderurgico. Dal 1° luglio è entrato in vigore il nuovo regime europeo sulle importazioni di acciaio, che riduce drasticamente le quote esenti da dazi e raddoppia il prelievo sulle importazioni extra-quota: dal 25% al 50%. La misura non è un dazio generalizzato su tutto l’acciaio importato dagli Stati Uniti, ma un meccanismo di protezione che si applica ai volumi oltre le quote e ai prodotti non coperti dal regime tariffario preferenziale. L’eccezione dell’acciaio racconta il limite del nuovo patto transatlantico. Laddove il commercio industriale ordinario viene liberalizzato, la siderurgia resta trattata come settore strategico. Pesano la sovraccapacità globale, la pressione dell’acciaio a basso costo, il rischio di deviazione dei flussi commerciali dopo le barriere americane e la fragilità produttiva europea.

Per questo Bruxelles sceglie una doppia linea: apertura verso gli Stati Uniti sui beni industriali, ma protezione rafforzata dove ritiene minacciata la tenuta di una filiera essenziale. La relazione Ue-Usa torna a cercare stabilità, ma non diventa automaticamente libero scambio senza eccezioni. L’acciaio resta il dossier speciale, il punto in cui sicurezza economica, industria, occupazione e geopolitica prevalgono sulla logica della liberalizzazione. È il paradosso della nuova stagione transatlantica: meno dazi per ricucire il rapporto, più dazi dove l’Europa teme di perdere capacità produttiva. Un caso scuola, da tenere sotto stretta osservazione per capire quanto l’eliminazione totale dei dazi reciproci abbia ancora il sentore di una chimera. C’è molto da lavorare.