A Roma tutto sembra scorrere in modo sornione e quasi grottesco. E anche la guerra degli apparati russi non ha bisogno di mostrarsi per essere presente: può assumere la forma discreta di un incarico diplomatico, di una relazione coltivata per mesi, di una cena in una vecchia osteria, di un incontro culturale, di un contatto con un imprenditore o di una conversazione apparentemente ordinaria con qualcuno che lavora nella Difesa.

È dentro questa normalità solo apparente che si muove il gruppo di uomini dell’intelligence russa ricostruito da questa inchiesta, una presenza che parte dagli uffici dell’ambasciata di via Gaeta e arriva molto più lontano, attraversando gli apparati militari, la politica, il mondo economico e culturale, il giornalismo, l’attivismo e, fino alla Santa Sede, gli ambienti religiosi. Il filo più evidente conduce a Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, rispettivamente addetto navale e vice addetto navale dell’ambasciata russa a Roma, entrambi riconducibili al Gru, il servizio di intelligence militare russo. Sono i due uomini attorno ai quali si è concentrata l’attenzione italiana e che il 9 luglio sono stati espulsi dal nostro Paese dopo l’inchiesta della Procura di Roma sul passaggio di informazioni riservate alla Russia; nella ricostruzione di questa inchiesta, Gorbachev e Astakhov rappresentano la punta di diamante dello spionaggio russo in Italia, il punto più esposto di un’attività che non guarda soltanto alla materia militare, ma cerca informazioni e relazioni nei luoghi nei quali si decide, si produce e si racconta la sicurezza del nostro Paese.

La vicenda giudiziaria costituisce il punto di partenza documentato. L’indagine della Procura di Roma ha portato all’arresto di due ex appartenenti all’intelligence italiana accusati di avere fornito informazioni riservate alla Russia e ha consentito agli investigatori di ricostruire i contatti con i due diplomatici russi; sulla base degli elementi raccolti dall’intelligence italiana, il governo ha quindi deciso la loro espulsione, ritenendo le attività attribuite incompatibili con la funzione diplomatica e con gli obblighi previsti dalla Convenzione di Vienna. È da quei due nomi che, seguendo biografie, incarichi e relazioni, si apre però una porta su un ambiente più vasto. Tra i funzionari che emergono c’è Igor Alexeyevich Anikeyev, consigliere dell’ambasciata riconducibile all’Fsb, il servizio di sicurezza interno russo, al quale si affianca Igor Albertovich Ovechkin, anch’egli consigliere e indicato come appartenente allo stesso apparato. Secondo la documentazione esaminata il loro interesse si concentra sull’analisi e sull’acquisizione di informazioni relative agli apparati italiani, con particolare attenzione ai dispositivi militari e tecnologici collegati alla Nato. È proprio la capacità di collegare questi frammenti a rendere significativo il ruolo di Anikeyev e Ovechkin nella nostra ricostruzione: conoscere le tecnologie impiegate, le infrastrutture che le sostengono, le aziende che partecipano alle forniture, il personale che vi lavora e i rapporti istituzionali attraverso i quali passano decisioni e informazioni significa poter leggere dall’esterno il funzionamento di una parte dell’apparato italiano e, soprattutto, individuare dove quel funzionamento presenti punti di vulnerabilità.

Dalla Difesa il percorso porta quindi verso la società italiana, perché per comprendere un Paese non basta conoscere le sue strutture militari ma occorre sapere anche quali siano le relazioni che attraversano la politica, l’economia e la società civile. Qui compaiono Anton Andreyevich Demin e Dmitry Yuryevich Morozenkov, rispettivamente secondo segretario e terzo segretario dell’ambasciata, indicati nella nostra ricostruzione come riconducibili a Svr e Gru. Il loro lavoro è sul terreno delle relazioni con associazioni culturali russe, imprenditori italiani attivi sul mercato russo e altri interlocutori che, per posizione professionale o personale, possono rappresentare punti di accesso a informazioni e ambienti. Non è il semplice fatto di frequentare un’associazione culturale o un imprenditore a trasformare una relazione diplomatica in un’attività clandestina, e proprio per questo la ricostruzione deve concentrarsi sulla selezione degli interlocutori, sulla continuità dei rapporti, sulle informazioni ricercate e sulla funzione che quelle relazioni possono assumere nel tempo. Tuttavia il perimetro di questa attività sarebbe ancora più ampio e arriverebbe fino alla preparazione di possibili azioni sul territorio europeo.

Una delle attività individuate riguarda il tentativo di reclutare cittadini bielorussi e di altri Paesi dell’Est europeo potenzialmente utilizzabili per azioni di sabotaggio contro infrastrutture militari o civili; un’altra riguarda invece la raccolta sistematica di informazioni sulle vulnerabilità delle infrastrutture digitali, attraverso un reporting che potrebbe essere utilizzato per individuare i punti nei quali eventuali attacchi informatici sarebbero in grado di produrre le conseguenze maggiori. In questo passaggio la raccolta informativa assume una natura diversa, perché la conoscenza di una vulnerabilità può diventare il presupposto per sfruttarla. Mappare un’infrastruttura digitale, comprenderne le dipendenze tecnologiche, individuare i sistemi più esposti o le aziende che ne garantiscono il funzionamento significa preparare un patrimonio informativo che, in caso di escalation, può essere utilizzato da chi dispone delle capacità necessarie per trasformarlo in un attacco. È una delle caratteristiche della guerra ibrida contemporanea: lo spionaggio precede l’azione e spesso la rende possibile.

Lo stesso ragionamento riguarda la mobilità delle persone. L’Italia sarebbe utilizzata anche come punto di snodo per cittadini russi e bielorussi diretti verso altre frontiere europee, mentre la rete avrebbe prestato attenzione alle massicce richieste di visti turistici provenienti dai due Paesi, coordinando informazioni e attività intorno a questi flussi. Un visto italiano non costituisce evidentemente una prova di appartenenza a una rete clandestina, ma la possibilità di entrare legalmente nello spazio Schengen e proseguire successivamente verso altri Stati rende le procedure di ingresso un elemento che può assumere rilievo anche dal punto di vista della sicurezza.


Nemudrov Konstantin Alekseevic
Nemudrov Konstantin Alekseevic

Astakhov Mikhail Vasil’yevich
Astakhov Mikhail Vasil’yevich

Anikeev Igor Alekseevich
Anikeev Igor Alekseevich

Morozenkov Dmitriy Yur’yevich
Morozenkov Dmitriy Yur’yevich

Gorbachev Ivan Petrovich
Gorbachev Ivan Petrovich

Ovechkin Igor Albertovich
Ovechkin Igor Albertovich

Demin Anton Andreevich
Demin Anton Andreevich

La questione è diventata ancora più sensibile dopo il caso emerso in Germania di un cittadino bielorusso con passaporto russo sospettato di essere coinvolto in un tentativo di attacco con droni contro l’aeroporto di Lipsia, che secondo la stampa tedesca sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto italiano. Il governo italiano ha disposto verifiche sulla vicenda, ma quel caso non consente di stabilire un collegamento con il gruppo ricostruito in questa inchiesta né che l’uomo abbia utilizzato materialmente l’Italia come base operativa. Il dato investigativo è un altro: il circuito russo avrebbe attribuito un valore specifico alla gestione e al monitoraggio dei flussi di cittadini russi e bielorussi, proprio in ragione della possibilità che il territorio italiano costituisca un passaggio verso il resto dell’Europa.

L’ultima traiettoria porta invece in Vaticano. Konstantin Alexeyevich Nemudrov è attaché presso l’ambasciata russa accreditata alla Santa Sede e il suo nome riporta a una storia familiare già attraversata dallo spionaggio: suo padre, Alexey Nemudrov, fu espulso dall’Italia nel 2021 nell’ambito della vicenda Walter Biot, l’ufficiale della Marina italiana condannato per avere consegnato documenti classificati a un funzionario russo. Una fonte che ha conosciuto dall’interno i circuiti dell’ambasciata di via Gaeta sostiene che il ruolo esercitato allora dal padre sarebbe oggi, almeno in parte, proseguito attraverso il figlio, che agirebbe come una catena di trasmissione delle informazioni verso Mosca sulle relazioni con la Santa Sede e sui movimenti interni al mondo religioso. È un’accusa che resta attribuita alla fonte e distinta dagli elementi documentati relativi all’incarico diplomatico di Nemudrov, ma il luogo nel quale egli opera rende comunque la sua posizione particolarmente sensibile: il Vaticano è infatti uno degli interlocutori internazionali più delicati sul dossier ucraino, anche per il ruolo svolto nelle iniziative umanitarie e nella questione dei bambini ucraini trasferiti in Russia.

I nomi ricostruiti in questa inchiesta mostrano quindi una presenza russa che cambia terreno a seconda dell’interlocutore e dell’obiettivo: con Gorbachev e Astakhov il fulcro è la dimensione militare, con Anikeyev e Ovechkin l’analisi delle capacità e delle vulnerabilità italiane, con Demin e Morozenkov la costruzione di rapporti che attraversano cultura, economia, politica, giornalismo e attivismo, con Nemudrov il delicato rapporto con la Santa Sede. Attorno a questi ambiti si muovono inoltre attività di reclutamento, preparazione di possibili sabotaggi, raccolta di informazioni sulle vulnerabilità digitali e attenzione alla movimentazione di persone attraverso il territorio italiano, e anche per questa rete che si è sviluppata in modo abbastanza strutturato che in molti nel mondo dell’intelligence si interrogano con sospetto sull’origine dell’incidente del 13 agosto scorso nello stabilimento della KNDS Ammo Italy (ex Simmel Difesa) a Colleferro, in provincia di Roma. Mentre il fianco est dell’Europa vive di continue provocazioni, dai droni lanciati contro gli scali aeroportuali fino ai treni e alle infrastrutture strategiche, occorre proteggere la nostra Repubblica e il nostro sistema democratico anche da chi, con l’immunità diplomatica, spia, destabilizza e rende più debole il nostro Paese.