Non è soltanto un’inchiesta di controspionaggio, ma la conferma di una verità che da anni il Riformista non manca di sottolineare: la Russia continua a considerare il nostro Paese un obiettivo strategico. E continua a investire uomini, denaro e reti clandestine per penetrarne gli apparati più sensibili.

Arrestati a Roma due ex funzionari dell’Aisi, cosa emerge

L’arresto a Roma di due ex funzionari dell’Aisi, Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, accusati di aver raccolto informazioni riservate per conto di un presunto agente dell’intelligence russa coperto da immunità diplomatica, racconta molto più di un tradimento individuale. Racconta la persistenza di una offensiva silenziosa che da anni tenta di infiltrarsi nelle istituzioni italiane. Emerge una rete oscura dalle indagini coordinate dalla Procura di Roma e dalla Procura militare: militari in servizio nel settore cyber della Difesa, informazioni su armamenti, dati riguardanti gli stessi apparati di intelligence italiani, micro SD occultate negli incavi dei muri, pizzini consegnati per strada, telefoni lasciati dentro un forno a microonde per sfuggire alle intercettazioni, decine di migliaia di euro in contanti.

Non si tratta di episodi isolati

Non è il copione di un romanzo di John le Carré. È l’Italia del 2026. L’elemento forse più significativo dell’intera vicenda è però un altro. L’indagine nasce dall’Aisi stessa. È il controspionaggio italiano ad accorgersi che Mosca è riuscita a reclutare un ex agente nazionale. Da lì prende forma un lavoro durato mesi insieme al Ros, culminato negli arresti di ieri. Una dimostrazione di efficienza istituzionale, certo. Ma anche la prova che la minaccia è concreta e continua. Il caso ricorda inevitabilmente quello di Walter Biot, l’ufficiale della Marina sorpreso nel 2021 mentre vendeva documenti classificati a funzionari dell’ambasciata russa. Ma non si tratta di episodi isolati. Negli ultimi anni si sono susseguiti arresti, espulsioni di diplomatici, tentativi di reclutamento, operazioni di influenza, cyberattacchi e campagne di disinformazione. Sempre riconducibili, direttamente o indirettamente, agli apparati del Cremlino. Esiste ormai un filo rosso che lega questi episodi. Troppo spesso sono stati liquidati come singole vicende giudiziarie. In realtà costituiscono un mosaico.

L’obiettivo della guerra

Per Mosca l’Italia rappresenta un terreno favorevole. Per ragioni geopolitiche, industriali e politiche. È un Paese che ospita basi Nato, aziende strategiche come Leonardo e Fincantieri, produzioni militari di valore, un articolato sistema industriale e una storica permeabilità del dibattito pubblico alle campagne di influenza esterna. La guerra ibrida non si combatte soltanto con malware e attacchi informatici. Si combatte anche reclutando persone, comprando informazioni, costruendo reti relazionali, sfruttando le coperture diplomatiche e alimentando la confusione nello spazio pubblico. Lo ricorda il vicepresidente del Copasir, Enrico Borghi, quando parla di una strategia russa che combina disinformazione, cyberattacchi, pressione economica, sabotaggi e operazioni di influenza. Una guerra che non mira soltanto a rubare documenti, ma a logorare la fiducia nelle istituzioni democratiche.

La macchina dello spionaggio russo in Italia

Le dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto e del presidente del Copasir Lorenzo Guerini convergono su un punto: tolleranza zero e massima vigilanza. È la risposta istituzionale necessaria. Ma la politica dovrebbe fare un passo ulteriore. Perché colpisce il numero dei casi che continuano ad emergere. Colpisce la continuità dei tentativi di infiltrazione. Colpisce soprattutto la facilità con cui, ancora oggi, gli apparati russi sembrano riuscire ad avvicinare uomini che hanno avuto accesso ai segreti dello Stato. Non è allarmismo. È realismo. La macchina dello spionaggio russo in Italia non si è mai fermata. Cambiano gli strumenti, ma resta identico l’obiettivo: penetrare i punti nevralgici della sicurezza nazionale. La buona notizia è che il controspionaggio italiano funziona, anche nei suoi anticorpi. Quella cattiva è che Mosca continua a provarci. E non sembra intenzionata a smettere.

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.