La geopolitica non tollera il vuoto. E quando una potenza smette di garantire sicurezza ai propri alleati, altri attori si muovono immediatamente per occupare spazi, funzioni e rendite strategiche. È questo il vero significato politico della prudenza russa verso l’Iran: non il tramonto improvviso della Russia, ma la trasformazione della sua proiezione internazionale da architettura garantista a presenza selettiva, transazionale e intermittente. La guerra in Ucraina ha cambiato la natura del potere russo molto più di quanto abbiano compreso molte cancellerie europee. Mosca resta una potenza nucleare, energetica e militare. Conserva capacità di destabilizzazione, influenza diplomatica e strumenti coercitivi. Ma il problema non è più la forza assoluta della Russia: è il costo crescente della garanzia strategica. Ogni alleato da proteggere, ogni crisi regionale da presidiare, ogni sistema d’arma da esportare compete ormai con la priorità esistenziale del fronte ucraino. È in questo quadro che va letta la partnership con Teheran.

Il trattato strategico firmato nel 2025 tra Russia e Iran rafforza cooperazione militare, energetica e tecnologica, ma non contiene una clausola di mutua difesa automatica. Un dettaglio solo apparentemente tecnico. In realtà, è il cuore della questione geopolitica: Mosca vuole usare l’Iran come moltiplicatore di pressione contro l’Occidente, ma non intende farsi trascinare in una guerra regionale ad alta intensità per difenderlo. Il messaggio che arriva agli altri regimi anti-occidentali è chiaro: la Russia può armare, mediare, proteggere diplomaticamente e disturbare gli Stati Uniti, ma non garantisce più copertura illimitata quando i costi operativi diventano troppo elevati. È una mutazione strategica profonda.

Il laboratorio più evidente di questa trasformazione è il Caucaso meridionale. Per oltre trent’anni Mosca ha esercitato una funzione di arbitro quasi monopolistico tra Armenia e Azerbaigian. La guerra del Nagorno-Karabakh del 2023 ha incrinato questa credibilità. L’incapacità russa di impedire la riconquista azera del territorio, nonostante la presenza di peacekeeper russi, ha convinto Yerevan che la protezione del Cremlino non fosse più sufficiente. Da quel momento l’Armenia ha iniziato una lenta ma significativa apertura verso Europa e Stati Uniti, mentre la Turchia ha consolidato il proprio ruolo regionale attraverso l’asse con Baku. Ankara oggi non sostituisce integralmente Mosca, ma occupa segmenti crescenti dello spazio caucasico: commercio, corridoi logistici, sicurezza energetica, connettività infrastrutturale.

È qui che l’Europa dovrebbe comprendere la natura della nuova competizione globale. Non esiste un “nuovo egemone” capace di prendere il posto della Russia ovunque. La sostituzione è modulare. La Cina penetra economicamente in Eurasia, ma evita garanzie militari dirette. La Turchia espande influenza nel Caucaso e nell’Asia centrale turcofona. Gli Stati Uniti tornano a presidiare l’emisfero occidentale, ma in modo selettivo. I Paesi del Golfo usano capitale e diplomazia come leve di penetrazione regionale. La conseguenza è un ordine internazionale più frammentato e più opaco. Anche l’America Latina offre segnali importanti. Venezuela, Cuba e Nicaragua hanno rappresentato per anni piattaforme simboliche della proiezione antiamericana russa. Oggi, però, l’assorbimento strategico imposto dall’Ucraina rende molto più difficile per Mosca trasformare quella presenza in una vera architettura di protezione geopolitica. In compenso cresce il peso cinese: infrastrutture, credito, terre rare, energia e reti logistiche stanno progressivamente ridefinendo l’equilibrio regionale.

Il rischio per l’Occidente sarebbe leggere tutto questo come un semplice declino russo. Sarebbe un errore. Una Russia meno capace di garantire ordine può diventare più incline a monetizzare il disordine. Se il Cremlino non riesce più a controllare pienamente alcuni teatri, può comunque renderli instabili, costosi e negoziabili. È la logica della “rendita geopolitica del caos”. Nel Caucaso Mosca può sabotare corridoi e alimentare tensioni senza tornare potenza egemone. In Medio Oriente può sostenere indirettamente Teheran senza assumersi il costo di una difesa totale. In America Latina può mantenere reti informative, cyber e diplomatiche utili a disturbare Washington.

Per questo l’Europa deve evitare due errori opposti: il trionfalismo e l’inerzia. Il progressivo indebolimento della funzione garantista russa apre spazi che possono essere occupati da cooperazione economica, diplomazia multilaterale e stabilizzazione istituzionale. Ma apre anche aree grigie dove proliferano conflitti congelati, pressione energetica, sabotaggio informativo e competizione tra potenze revisioniste. La risposta europea non può essere soltanto normativa. Serve una strategia geopolitica adulta: sicurezza energetica, infrastrutture, corridoi logistici, difesa comune e sostegno credibile ai partner vulnerabili. È la lezione ucraina: le autocrazie revisioniste arretrano solo davanti a deterrenza, coesione e capacità industriale. La Russia non scompare. Diventa più selettiva, più dura e meno affidabile. E proprio questa combinazione la rende ancora pericolosa.