Esteri
Energia e rapporti con la Cina: il Consiglio UE resta nel vago
L’agenda del Consiglio Ue che si riunisce oggi e domani a Bruxelles è ancora nascosta. D’altra parte, è facile immaginarne i punti. Alcuni sono stati anticipati dallo stesso Antonio Costa, nella sua lettera di convocazione della scorsa settimana. Il testo parla di competitività e tenuta economica. Specie alla luce del passaggio di consegne, che avverrà a fine mese, tra Cipro e Irlanda, per la presidenza di turno dell’Unione. A questo va aggiunto quanto già detto al G7 di Evian. L’Ucraina è sempre più una nazione europea e come tale va trattata. Soprattutto ora che è caduto il veto ungherese. Il Consiglio Ue di oggi è infatti il primo dalla sconfitta elettorale di Orbán ad aprile. Già questo è sufficiente per attenderlo con ottimismo. Sebbene il contesto indurrebbe nella direzione opposta.
I conflitti in Ucraina e Iran che tengono sulle spine l’Europa sono lontani da una soluzione. Il caro-energia – diretta conseguenza dell’instabilità geopolitica – continua a pesare su famiglie e imprese. La scorsa settimana la Bce ha alzato i tassi d’interesse. Ieri Kevin Warsh è entrato in pieno esercizio della presidenza Fed. Dopo la mossa di Francoforte, si attendono quelle di oltreoceano. Gli analisti sono divisi tra l’osservare il bicchiere mezzo pieno dell’economia Usa, che in effetti funziona, e temere la bolla. I mercati stanno andando bene. Troppo bene. Soprattutto se messi a confronto dell’economia reale. Si parla di un eccesso di investimenti in nuove tecnologie e intelligenza artificiale. Se dovesse esserci il tonfo, l’Europa come reagirebbe? Il Consiglio Ue non dà indicazioni in merito. Resta sul vago anche sulla posizione da prendere verso la Cina. Bruxelles è consapevole degli squilibri macroeconomici a vantaggio di Pechino. In una bozza delle conclusioni del vertice, si legge che “sulle azioni da mettere in campo va trovato il giusto equilibrio. L’idea è di condividere una valutazione del problema, per poi valutare gli strumenti già in possesso all’Ue per riequilibrare il sistema e, eventualmente, incaricare la Commissione di presentare nuove proposte”.
Quindi? Quindi la burocrazia ha la meglio sull’azione. A fine mese, il Commissario al commercio, Maroš Šefčovič, si incontrerà con il suo omologo cinese, Wang Wentao. Ma confrontarsi senza un mandato ben chiaro ha poco significato. Bruxelles teme che alzare la voce possa irritare la Cina. In realtà, i cinesi non si irritano quasi mai. E se lo fanno, non lo danno a vedere. Così noi ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi. Sul tema, il problema vero è europeo. Chi preferisce che l’Ue non si immischi troppo con la Cina è la Germania, che ha un legame indispensabile con il manifatturiero asiatico. Meglio che il Consiglio agisca dove non può far danni. Per esempio il Quadro finanziario pluriennale. Il bilancio da 2mila miliardi di euro per il settennato 2028-2034 è ammarato a Strasburgo. La presidenza cipriota dovrebbe presentare uno schema di negoziato utile ai suoi successori irlandesi per facilitare un accordo entro fine anno. Ma restiamo sempre nel vago. Con o senza Orbán, l’Ue manca di decisione.
Va dato atto però ai suoi leader che non si risparmiano nell’incontrarsi. Da Evian a Bruxelles, senza passare da casa. Per vedersi di nuovo a Berlino, la prossima settimana, su invito di Merz. Il cancelliere tedesco ha indetto una riunione del Format E5 (Germania, Italia, Francia, Regno Unito e Polonia). Si parlerà della Nato. Quindi di difesa comune e Ucraina. È statistica: prima o poi, da questi meeting uscirà qualcosa di concreto.
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