Esteri
Hormuz chiusa dopo il raid contro l’Iran: la nuova crisi impone una svolta all’UE
L’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici della Repubblica Islamica dell’Iran il 28 febbraio 2026 ha aperto una nuova fase di instabilità internazionale. La reazione di Teheran, culminata nell’interruzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, ha trasformato un confronto militare regionale in una crisi economica globale, riportando al centro della scena il tema della sicurezza energetica e della vulnerabilità delle catene di approvvigionamento occidentali. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. Attraverso questo corridoio transitano ogni giorno enormi quantità di petrolio e gas naturale liquefatto dirette soprattutto verso i mercati asiatici, ma fondamentali anche per gli equilibri economici europei. Quando una simile arteria viene bloccata, gli effetti non restano confinati al Golfo Persico: si propagano immediatamente lungo l’intero sistema produttivo globale.
L’aumento dei costi energetici si trasferisce sui carburanti
I primi segnali sono già evidenti. L’aumento dei costi energetici si sta trasferendo sui carburanti, sui trasporti e sulla logistica. A cascata, salgono i prezzi dei beni alimentari e delle materie prime agricole. Particolarmente delicata è la situazione dei fertilizzanti, elemento indispensabile per l’agricoltura moderna. Un loro rincaro strutturale rischia di comprimere la produzione agricola mondiale e di aggravare le condizioni delle economie più fragili, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. La chiusura di Hormuz produce inoltre conseguenze rilevanti per il settore dell’aviazione civile.
Il rischio di una contrazione dell’offerta
Le compagnie aeree europee si trovano ad affrontare costi crescenti e possibili difficoltà di approvvigionamento del carburante aeronautico. In un contesto di margini già ridotti, il rischio non è soltanto quello di biglietti più cari, ma anche di una contrazione dell’offerta di collegamenti internazionali. Sul piano geopolitico, la crisi colpisce in modo particolare la Cina, principale destinataria delle esportazioni energetiche provenienti dal Golfo. Pechino osserva con preoccupazione l’evoluzione della situazione, consapevole che una prolungata interruzione dei flussi energetici potrebbe incidere sulla crescita economica nazionale e sulla competitività della propria industria manifatturiera.
La conferma di una fragilità strutturale
Per l’Europa, tuttavia, la questione assume una dimensione ancora più strategica. Dopo aver affrontato le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina e la conseguente ridefinizione delle forniture energetiche, il continente si trova nuovamente esposto agli effetti di una crisi internazionale che non controlla direttamente. È la conferma di una fragilità strutturale che dura da decenni: l’eccessiva dipendenza da fonti energetiche importate. La risposta europea non può limitarsi alla gestione dell’emergenza. Nel breve periodo sarà necessario diversificare ulteriormente i fornitori e rafforzare le infrastrutture energetiche comuni. Nel lungo termine, invece, occorre una strategia molto più ambiziosa. Investimenti massicci nelle energie rinnovabili, reti elettriche moderne, accumulo energetico e una discussione pragmatica sul contributo del nucleare costituiscono i pilastri di una vera autonomia strategica. L’alleanza transatlantica resta un elemento essenziale per la sicurezza dell’Occidente e il sostegno a Israele e all’Ucraina continua a rappresentare una scelta coerente con la difesa delle democrazie liberali. Tuttavia, questa crisi dimostra che la forza geopolitica dell’Europa dipenderà sempre più dalla sua capacità di produrre energia, innovazione e sicurezza al proprio interno. La sovranità energetica non è più soltanto un obiettivo economico: è diventata una necessità politica e strategica.
© Riproduzione riservata







