A Tivat la parola d’ordine è allargamento. Allargamento su più tavoli, allargamento su più fronti. È ciò di cui si è discusso al Vertice Ue-Balcani occidentali convocato nella cittadina costiera montenegrina dove, inevitabilmente, lo sguardo non si è ristretto al processo di allargamento dell’Unione nella regione, con Montenegro e Albania in prima fila, ma ha guardato, con la coda dell’occhio, un po’ più a Est. Con la svolta impressa dal neo premier ungherese Magyar nelle trattative con Kyiv sui diritti delle minoranze linguistiche ungheresi in Transcarpazia, è caduto il veto (eterodiretto?) che bloccava da due anni l’inizio del negoziato di adesione tra Ue e Ucraina-Moldova. Il Consiglio ha dato il via libera a inaugurare il primo “cluster” negoziale già a metà giugno; ed è proprio qui che le partite di allargamento balcanico e orientale si intrecciano.

Indubbiamente i due dossier sono a stadi diversi, con le nazioni balcaniche che hanno portato ormai quasi a compimento l’iter procedurale per soddisfare i requisiti d’ingresso e le nazioni orientali che invece sono ancora in fase primordiale: una attualmente è in stato di guerra, e l’altra ha un piccolo problema interno di sovranità chiamato Transnistria. Ma è proprio date queste condizioni che la partita si fa politica. A giocarla in prima linea è il Cancelliere tedesco Merz che, dopo aver proposto di assegnare all’Ucraina uno status inedito di “membro associato”- integrando figure ucraine nelle istituzioni europee pur senza diritto di voto – insieme al presidente Macron ha proposto, per i Balcani, lo status di osservatori permanenti. Traducendo gli arzigogoli nominali: la volontà franco-tedesca è mettere tutte le “nazioni sorelle” attorno allo stesso tavolo, con ruoli e tempi formali differenti, per affrontare insieme le grandi questioni del presente, mentre parallelamente si dirimono i cavilli.

Se da una parte questa linea sembra scontentare tutti – dai balcani che vedono frenato il loro decennale programma di adesione, ai moldavi e ucraini che temono di rimanere incagliati a vita nello status ibrido – dall’altra questo indirizzo va letto come specchio realistico dell’attuale situazione politica europea, che pone l’Ue di fronte a un dilemma. A trattati e struttura istituzionale vigente non può permettersi di allargare troppo le maglie degli Stati membri ma, allo stesso tempo, non può mostrarsi inerte di fronte al bisogno politico di integrazione e protezione delle nazioni desiderose di Europa e libertà.

La creatività franco-tedesca non può essere strumentale a “nascondere la polvere sotto al tappeto” e rimandare i problemi ma, come ricorda il primo ministro albanese Rama, deve “rappresentare un punto di inizio del dibattito, non un punto morto”. Ad essere morto, in una partita che riguarda strettissimamente gli interessi italiani, sembra invece il governo di Giorgia Meloni, unico capo di governo assente a Tivat che, anche in questa partita, sembra prediligere la sbiadita postura da “free rider”, in attesa che qualcuno decida per noi.

Filippo Rigonat

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