Vladimir Putin torna a Mosca con molte certezze, ma anche con l’idea che Cina e Russia, nella loro “amicizia senza limiti”, non sempre hanno la stessa visione delle cose. La sua visita a Pechino ha confermato che con l’omologo Xi Jinping i rapporti sono ottimi. I due leader hanno riaffermato l’asse che lega i loro Paesi. Lo “zar” e il “principe rosso”, dopo 25 anni, hanno deciso di estendere il Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole. Xi ha avvertito del pericolo che il mondo possa cadere di nuovo nella “legge della giungla”, affermando che il rapporto tra Mosca e Pechino rappresenta invece una forza ritenuta stabilizzante in un nuovo mondo multipolare in cui i due Paesi possono avere un ruolo fondamentale anche grazie al loro peso nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il presidente cinese ha sottolineato che le relazioni tra i due Stati si trovano ormai al “più alto livello di partenariato strategico globale” e ha chiarito che entrambe le potenze devono contrastare “ogni forma di bullismo unilaterale” che si osserva a livello globale. Putin gli ha fatto eco ribadendo quello che è un concetto ormai sempre presente nei discorsi del Cremlino riguardo la Cina, e cioè che i loro rapporti sono a “un livello senza precedenti”. Ma tra bande militari, bandiere, il tè con Xi e la ventina di accordi siglati tra i due governi (dai trasporti all’industria, dal nucleare alla cultura), qualcosa, nello schema del presidente russo non è andato secondo i piani. Putin, durante le dichiarazioni al termine dei colloqui con il collega cinese, ha detto che la Russia rimane un “fornitore energetico affidabile”, tanto più in un momento di forti tensioni in Medio Oriente e con lo Stretto di Hormuz bloccato.

Ma mentre l’Iran ha aperto le porte dell’Oceano Indiano alle superpetroliere cinesi, in modo da rifornire le raffinerie di Pechino di nuovo carburante, il Cremlino ha ricevuto uno stop. Sul gasdotto Power of Siberia 2, uno dei progetti infrastrutturali più importanti immaginati dalla Cina e della Russia, i due governi non hanno raggiunto l’intesa sperata. Non tutto è perduto. Il memorandum era già stato siglato, l’accordo c’è. Però, come ha confermato anche il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov, “alcuni dettagli devono ancora essere definiti”. E pur senza fornire indizi su cosa sia mancato per arrivare all’accordo definitivo, è chiaro che quella mancata stretta di mano, uno dei motivi per cui Putin ha preso l’aereo ed è volato a Pechino, pesa nel tirare le somme di questo summit.

Mosca ha bisogno di vendere gas alla Cina e di rafforzare il suo export sia per mantenere solidi i legami con il vicino, sia per incassare miliardi in una fase di isolamento rispetto al mercato europeo. Il progetto, con una portata di 50 miliardi di metri cubi di gas, servirebbe in effetti a sostituire anche fisicamente il Vecchio Continente, visto che l’energia arriverebbe dai giacimenti della Penisola di Yamal, dove prima si rifornivano i Paesi europei. La crisi energetica aiuta il Cremlino a rafforzarsi come unico fornitore di uno Stato con cui ha enormi legami commerciali, tecnologici, strategici e finanziari. Ma Xi vuole evitare di legarsi a doppio filo senza l’intesa su un prezzo calmierato come nel mercato interno russo. E a detta del Financial Times, gli esperti cinesi hanno anche dubbi sulla necessità di un gasdotto di tale portata con la crescita delle rinnovabili, spinta proprio dall’industria nazionale.

A molti osservatori, non è nemmeno sfuggito che il ministero del Commercio cinese abbia voluto ribadire l’accordo con gli Usa per l’acquisto dei 200 Boeing proprio prima del vertice tra Putin e Xi. E allo stesso tempo, sul fronte moscovita, è apparso ben poco casuale l’aver fatto coincidere l’arrivo in Cina di Putin con le manovre militari delle forze nucleari russe. Le truppe in stato di massima allerta, il ridispiegamento delle forze strategiche e i preparativi per il lancio dei missili Iskander-M anche con la flotta del Nord e con quella del Pacifico sembrano essere state anche un monito per Trump e per Xi. Il Cremlino non si considera a un livello inferiore rispetto alle altre due superpotenze. E mentre aspetta di incontrare Trump (forse già al prossimo vertice Apec), Putin sembra avere inviato un segnale anche al presidente cinese, con cui non vuole apparire come subordinato. A maggior ragione dopo le rivelazioni del Financial Times riguardo il presunto commento di Xi con The Donald riguardo a un Putin che potrebbe “pentirsi” di avere invaso l’Ucraina.