Neanche sul conflitto nel Golfo il vertice tra Xi e Trump ha portato sostanziali progressi. I cinesi concordano sull’idea che lo Stretto di Hormuz debba essere libero, però non intendono assolutamente dare una mano a Trump per accompagnarlo fuori dal pantano in cui si è cacciato. E aiutano, con triangolazioni, gli iraniani. Secondo il NYT di mercoledì scorso, imprese cinesi stanno negoziando con terze parti, anche in Africa, per nascondere le forniture di armi. E si capisce perché: nel conflitto con l’Iran gli americani consumano prestigio e risorse senza aver la prospettiva concreta di realizzare un cambio di regime (obiettivo primario non dichiarato) o di bloccare definitivamente il programma nucleare iraniano (obiettivo secondario dichiarato).

Per certi aspetti, si tratta di una situazione simile a quella della guerra in Ucraina: con la Russia i cinesi si sono limitati alla “moral suasion”, ma hanno continuato a sostenere di fatto Mosca (tra l’altro Putin sarà a Pechino mercoledì). Così com’era prevedibile fin dall’inizio, Xi non farà pressione sugli iraniani per far piacere a Trump: ritiene che la guerra nel Golfo sia un guaio in cui si è cacciato il presidente degli Stati Uniti e da cui dovrà districarsi da solo. A maggior ragione per il fatto che le navi cinesi passano per lo Stretto di Hormuz con la benedizione dei Pasdaran e la Marina statunitense, non si sogna di bloccarle: saremmo veramente sull’orlo di un conflitto molto grave se accadesse il contrario. Secondo alcune fonti, Trump sta addirittura ipotizzando di togliere le sanzioni alle società cinesi che acquistano petrolio iraniano. Xi può invece aver suggerito (avendo appena consultato gli iraniani) qualche nuova formula da utilizzare nel negoziato, al quale il ministro degli Esteri di Teheran Araghchi si dichiara ancora disponibile.

Quindi il presidente americano rimane con il dilemma con cui è partito: attaccare di nuovo (le minacce dalla Casa Bianca sono continue) o ritentare per via diplomatica? Magari viene da Xi l’ipotesi di accettare, sul nucleare, anche una pausa di vent’anni, cosa che prima sembrava impossibile. Insomma, continua il diluvio di messaggi contraddittori. L’unica certezza è che una ripresa in grande stile degli attacchi contro l’Iran potrebbe essere molto pericolosa. La stessa intelligence americana stima che il 70% della capacità missilistica iraniana sia ancora in piedi, un po’ perché sopravvissuta alla prima ondata, un po’ perché in queste settimane, chiaramente, è stato possibile riorganizzarsi a riparare alcuni impianti. Ma ciò che più fa paura dell’apparato offensivo iraniano sono i cosiddetti “droni”. In realtà qui c’è una distinzione importante da fare tra il drone (apparecchio recuperabile che si alza in volo con telecamere oppure missili che si staccano e colpiscono e poi torna alla base) e le cosiddette “loitering munitions”, cioè munizioni vaganti, impropriamente chiamate “droni kamikaze”, che si alzano in volo e si autodistruggono centrando un obiettivo. Su questo tipo di arma, molto pericoloso e molto efficace, gli iraniani contano moltissimo e – come si è visto nella prima fase della guerra – è perfettamente in grado di colpire non solo i Paesi del Golfo ma anche infrastrutture militari americane, radar, impianti di desalinizzazione. Hanno costretto comunque americani e israeliani a consumare una grande quantità di costosissimi missili antimissile e intercettori vari.

Al di là della retorica, l’Iran si è rivelato un osso più duro del previsto, e adesso intraprendere una nuova azione militare, magari con componenti di terra o nel tentativo di portare via il famoso uranio arricchito, è una grossa incognita per Trump, a pochi mesi da elezioni di medio termine. Gli converrebbe (e in effetti ci pensa) sfogarsi con Cuba. Va ricordato che i prezzi petroliferi sono saliti anche per gli americani e che alla pompa, in certi Stati come la California, la benzina si vende a 6 dollari al gallone, nella media nazionale a 4,5. Secondo il vecchio adagio, quando la benzina supera i quattro dollari al gallone l’inquilino della Casa Bianca deve tremare.

Insomma, il presidente dovrebbe pensarci bene prima di riprendere attacchi su vasta scala e ricominciare una guerra che in realtà fa solo il piacere e l’interesse dell’alleato israeliano, che infatti è prontissimo a ricominciare. Azioni o bombardamenti mirati e la continuazione del blocco navale, per soffocare l’economia di Teheran, sono valide (per quanto scomode) opzioni alternative. Questo dice la logica, ma con Trump, si sa, fare previsioni non è possibile. Quindi fin da domani potremmo trovarci di nuovo in uno scenario di guerra su vasta scala.

Paolo Giordani

Autore

Presidente dell’Istituto diplomatico internazionale