Vladimir Putin è sbarcato ieri quando a Pechino era già notte. Accolto dal ministro degli Esteri, Wang Yi, dai militari e da un gruppo di ragazzi che sventolavano le bandiere dei due Paesi, il presidente russo ha camminato sul tappeto rosso dirigendosi rapidamente verso l’automobile che lo aspettava all’uscita della pista. Sorrisi, strette di mano, presentazioni veloci dei vari delegati. E per Putin, quella che è iniziata ieri nella tarda serata cinese è probabilmente la visita più importante del 2026.

Pechino e Mosca hanno lavorato a questo incontro per lungo tempo. Hanno studiato ogni minimo dettaglio dei vari summit, in particolare quello tra il capo del Cremlino e il presidente Xi Jinping, che si riuniranno oggi per un tè di lavoro. E i funzionari delle due potenze non hanno voluto lasciare nulla al caso. Nemmeno le immagini. Su tutte, quella del dottor Peng Pai. Nel 2000, da bambino, venne fotografato insieme a un giovane neopresidente Putin in visita a Pechino, mentre quest’ultimo lo aiutava a scendere da un muretto nel parco Beihai. E oggi, dopo 26 anni, il cerimoniale cinese e quello russo si sono messe d’accordo per fare incontrare di nuovo quel bimbo, ormai adulto, e Putin. Una mossa di pura propaganda. Perché Peng Pai, da quel giorno, è diventato una sorta di simbolo delle relazioni tra i due Paesi. Si è laureato, ha studiato a Mosca, parla fluentemente russo. E adesso lavora per una grande azienda cinese, come ha tenuto a specificare il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov.

L’incontro con Peng Pai, soprannominato “Pasha” per i suoi trascorsi in Russia, non sarà certo il momento più importante di questa visita di Stato. Ma la sua storia è la sintesi di quanto Putin conti sul rapporto con Xi e di quanto le relazioni tra i due Stati siano diventate qualcosa in più di semplici rapporti economici (“senza precedenti” ha sottolineato il capo del Cremlino). I media cinesi e quelli russi hanno iniziato da giorni una campagna di informazione sulle relazioni culturali tra Mosca e Pechino.

Tra le decine di accordi che saranno siglati tra oggi e domani (più di 40 secondo i funzionari russi) ci sono anche partnership sulla stampa e sulla cultura. E nell’idea della cosiddetta “amicizia senza limiti”, lo zar e il “principe rosso” Xi sembrano puntare molto anche su questa forte partnerhsip culturale, come dimostrato anche dall’arrivo a Pechino di molti rappresentanti delle università russe. Partita non semplice, poiché la diffidenza fra Cina e Russia è radicata.

I due vecchi imperi hanno sempre avuto interessi in comune, ma anche motivi di discordia. Parlare di un’alleanza rischia di essere eccessivo. Ma al momento, né Putin né Xi possono fare a meno l’uno dell’altro. E lo stesso dicasi per i loro Paesi. La Repubblica popolare ha bisogno di gas, petrolio, materie prime e di un amico che testi sul campo di battaglia le sue tecnologie, tanto più alle porte dell’Europa. La Federazione ha invece necessità di avere al suo fianco il gigante cinese, per soldi, investimenti, capacità di aggirare le sanzioni e vendere i propri idrocarburi. Non è un caso che Putin sia sbarcato a Pechino non solo con un folto gruppo di rappresentanti di governo, ma anche con i vertici delle principali aziende strategiche russe. Insieme alla governatrice della Banca centrale, Elvira Nabiullina, ci sarà il capo dell’istituto Veb, i vertici di Sberbank e Vtb, l’amministratore delegato di Roscosmos e l’omologo di Rosatom, insieme ai leader di Rosneft, Gazprom, Novatek e il presidente dell’associazione dei produttori di fertilizzanti.

E tutto fa credere che l’asse tra i due Paesi si vada a consolidare proprio nel segno di questo rapporto di necessità reciproca. Un legame che potrebbe rafforzarsi soprattutto con l’approvazione definitiva del gasdotto Power of Siberia 2: l’ultimo strumento per aumentare ancora di più l’acquisto da parte della Cina degli idrocarburi russi.
Un rapporto che preoccupa l’Occidente, soprattutto perché si rafforza proprio a poca distanza dalla visita di Donald Trump a Pechino e con due guerre particolarmente interconnesse: Iran e Ucraina. Ieri, il Financial Times ha scritto che Xi avrebbe detto al presidente Usa che Putin avrebbe potuto “pentirsi” dell’invasione scatenata nel 2022. Versione però immediatamente smentita dal governo cinese. E anche sul fronte iraniano, il Dragone ha ribadito che resta dalla parte della Repubblica islamica. Anche se Trump ha detto di fidarsi della promessa di Xi di non inviare armi.