UE
Il “telefono dell’Europa” non squilla più. Francia e Germania sfidano il Servizio europeo per l’azione esterna
La notizia è del Financial Times, che cita alti funzionari europei. Le delegazioni di Francia e Germania stanno facendo intendere una profonda volontà comune di smantellare il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), struttura dell’Ue attiva da 15 anni. Nato dai Trattati di Lisbona, il Seae rappresenta una tipologia ibrida e unica all’interno della configurazione istituzionale dell’Ue. È presieduto dall’Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, nonché vicepresidente della Commissione e allo stesso tempo carica monocratica, nominata direttamente dal Consiglio europeo e alla guida del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione. Un ircocervo istituzionale, che configura il Seae come strumento esecutivo dell’Alto rappresentante, dotato di tutte le competenze burocratiche di un servizio di rappresentanza estera ma privo di autonomia politica, sempre in capo al Consiglio dei ministri degli Esteri, e dunque ai governi.
Nelle intenzioni di Lisbona, quello sulla scrivania dell’Alto rappresentante avrebbe dovuto essere il famoso “telefono dell’Europa” che tanto cercava Kissinger; nel giudizio che emerge da questi 15 anni di servizio e dalle esternazioni franco-tedesche, sembra che al telefono sia mancata la cornetta. Il mandato dell’attuale Alto Rappresentante, l’ex primo ministro dell’Estonia Kaja Kallas, appartenente alla famiglia europea di Renew Europe (la stessa di Macron), ha messo in evidenza tutte le contraddizioni e le limitazioni morfologiche della struttura pensata come coordinamento diplomatico europeo. Nel giugno 2024 le aspettative attorno alla nomina, non casuale, di un primo ministro baltico in carica alla guida della diplomazia europea erano notevoli. Rimarcare la necessità di difendere l’Ucraina, rafforzare il sostegno economico e diplomatico al Paese attaccato e, in particolare, attrezzare l’Unione a destreggiarsi nel nuovo sconquasso globale (da lì a poco sarebbe arrivato il non inatteso ciclone Trump 2) erano le priorità con cui si apriva il mandato.
Sull’Ucraina non è stato mollato il punto, anzi, ne siamo diventati i primi contributori netti, superando nel 2025 gli Stati Uniti, senza però come Ue toccare palla al tavolo della diplomazia. Oggi, come sarcasticamente ricordato da Lukashenko e plasticamente osservato al summit di Downing Street di domenica scorsa, gli interlocutori accreditati al tavolo diplomatico sono i governi nazionali, non le istituzioni di Bruxelles. Da qui la domanda di Merz e Macron: che farcene di uno strumento come il Seae se poi a negoziare dobbiamo andarci noi? Non è una domanda illegittima. La traiettoria della diplomazia europea dipenderà dalla risposta ma ancor di più dalla diagnosi.
La disfunzionalità odierna è figlia di un’Unione costruita per non scegliere, ingabbiata dall’indirizzo politico dei governi nazionali e priva di qualsiasi autonomia, non per mancanza di volontà, ma per limite autoimposto. Il rischio di regredire invece che progredire è dietro l’angolo. E di sciacalli il mondo è pieno. A Mosca, Pechino, Washington.
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