I dati di VCIOM
Consenso di Putin ai minimi, la guerra rallenta crescita e produzione
Tra marzo e aprile, il consenso di Vladimir Putin in Russia è sceso per sei settimane consecutive. Una notizia rilevante, soprattutto perché a dirlo è il principale istituto di sondaggi russo: VCIOM. Il centro di ricerca sull’opinione pubblica russa ha registrato infatti il 66,7% di approvazione e il 72% di fiducia personale nei confronti dell’autocrate del Cremlino: percentuali in assoluto decisamente elevate, ma in realtà rappresentano le più basse dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. In una rilevazione dell’istituto indipendente non governativo, Levada, con specifico riferimento alla guerra contro l’Ucraina, emerge che solo un quarto dei cittadini russi ritiene necessario proseguire la campagna militare, con il 64% favorevole alla fine dell’invasione. A febbraio 2022, a sostenere la guerra erano la metà degli intervistati.
Oltre a questi elementi, è significativo sottolineare come non sia solo la disastrosa guerra in Ucraina a svigorire l’immagine leaderistica putiniana. Se è chiaro che una operazione militare speciale, entrata nel quinto anno di guerra, dopo la promessa di concludersi nel giro di pochi giorni, abbia segnatamente causato uno shock percettivo interno, insieme purtroppo a perdite umane enormi, esistono più motivazioni interne. L’alta inflazione, provocata proprio dalla mobilitazione militare e da un’economia nazionale convertita a economia di guerra da produzione bellica continua, colpisce vivere quotidiano e tessuto produttivo. Alcuni funzionari russi non hanno potuto nascondere la difficile situazione economica, con lo stesso Putin che ha affrontato la gravità del quadro, ammettendo a metà aprile un calo, per due mesi consecutivi, della crescita economica, con il PIL in contrazione dell’1,8% tra gennaio e febbraio, definendo in seria difficoltà industria manifatturiera, produzione industriale e indicatori macroeconomici. Oltre alla sofferenza dell’economia, il rallentamento di internet per “motivi di sicurezza”, e quindi la sospensione di canali come Whatsapp e Telegram, è una forma di controllo che risulta in buona sostanza fortemente impopolare, pensata per l’appunto come guinzaglio al correre di informazioni negative. Ci si chiede dunque fino a quando saranno sopportabili dalla popolazione russa costi continui, e se soprattutto, nel frattempo, potrà sorgere e generarsi dalla stessa società civile una qualche alternativa politica, alimentata dai cappi di quella rigidità dispotica, nella prospettiva di un ipotizzabile Putin al potere fino al 2036, dopo la modifica costituzionale del 2020 che gli permetterebbe altri due mandati.
Nel frattempo, in Europa la musica sembra cambiare nei Paesi considerati più vicini al Cremlino. Le dichiarazioni di Robert Fico, che ha affermato di ricercare relazioni solide tra Slovacchia e Ucraina, e addirittura di sostenere l’adesione dello Stato invaso all’Unione Europea, imprimono un salto di qualità notevole nella linea slovacca. Allo stesso modo, la sconfitta della quinta colonna putiniana dentro l’Unione, Viktor Orbán è stata una batosta in primis per lo stesso Putin. L’arrivo del futuro primo ministro ungherese Péter Magyar, da accogliere con speranzosa fiducia, è stato accompagnato da una uscita pubblica molto importante: “Non possiamo chiedere a nessun Paese di rinunciare al proprio territorio”, nella consapevolezza analitica dell’Ucraina come vittima. Infine, c’è la situazione di campo, dove negli ultimi due mesi la pur lenta avanzata russa è stata pressoché arrestata, con gli ucraini capaci di guadagnare terreno in alcune zone strategiche, grazie alla capacità maturata nell’utilizzo di droni e dell’avanguardia del sistema di difesa aerea, in grado di scagliare attacchi nel suolo russo.
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