Che cada per sempre la vergogna sugli ipocriti. Sui farisei delle cancellerie che riconoscono la Palestina sapendo che un riconoscimento, da solo, non crea uno Stato. Sugli imbroglioni della politica globale che votano risoluzioni per assolvere se stessi. Sui sepolcri imbiancati del commento mediatico. E la vergogna più nera cada sui cinici residuati del dibattito italico che propongono il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: poveri untorelli del pietismo, simboli della più perversa delle ipocrisie contemporanee, che trasformano i piccoli morti in medaglie e chiedono un premio al martirio al posto di ciò che a quei bambini è stato negato, uno Stato in cui vivere.

Sempre tutti a recitare lo stesso salmo: è Netanyahu l’ostacolo alla nascita dello Stato palestinese. D’altronde — dicono oggi — come negarlo, visto che lo ha appena confermato respingendo il piano di Trump e dichiarando che, finché sarà premier, quello Stato non nascerà? Eppure tutti sanno di mentire. Dichiarare solennemente che Bibi è l’ostacolo serve a nascondere una verità elementare: oggi non esiste una leadership palestinese capace di fondare e governare quello Stato.

Partiamo dall’abc, per gli ignoranti e gli ipocriti. Uno Stato non si riconosce, si fonda. Richiede un territorio controllato, un governo effettivo, il monopolio della forza. La Palestina non dispone di questa sovranità unitaria. A Gaza Israele controlla parti del territorio mentre Hamas conserva le armi — che non intende mollare — e la capacità coercitiva. La Cisgiordania è spartita tra insediamenti e un’Autorità screditata che non comanda nemmeno su se stessa. Mezzo mondo può scrivere “Palestina” negli atlanti. Ma non crea uno Stato.

Palestina, la causa contro lo Stato

Uno Stato, poi, richiede un fondatore. Israele nacque perché Ben-Gurion nel 1948 fece la scelta tragica che fonda ogni Stato vero: accettò la parte rinunciando al tutto, un territorio mutilato invece della terra intera. La leadership palestinese ha fatto per ottant’anni la scelta opposta: la causa contro lo Stato, il rifiuto del possibile in nome dell’intero. Dal no alla spartizione del ’47 a Camp David, fino all’offerta di Olmert del 2008 che Abbas rifiutò. L’unico che provò la via ben-gurioniana, Salam Fayyad, costruì istituzioni certificate dalla Banca Mondiale come “pronte per la statualità”, e fu liquidato dai suoi, perché il coraggio di dire al proprio popolo che il ritorno è un lutto da elaborare e non un diritto da esercitare nessuno l’ha mai avuto.

Bibi e la propaganda elettorale

Ecco perché il no di Netanyahu a Trump non rappresenta un “ostacolo”. È propaganda elettorale, e la sua efficacia sarà sancita tra qualche mese dai liberi elettori di Israele, non dai nostri moralisti in ciabatte. Tutt’al più si può considerare una posizione politicamente parassitaria, perché vive delle armi di Hamas, si nutre del massimalismo altrui. “Niente Stato finché sarò premier” è una frase pronunciabile solo finché dall’altra parte ci sono i razzi e il rifiuto. Il giorno in cui a Ramallah sedesse un Ben-Gurion palestinese — uno che disarma le milizie, riconosce Israele senza riserve mentali, sceglie lo Stato possibile — quel veto crollerebbe sotto il proprio peso, e a Bibi non resterebbe che prenderne atto.

Ma la cialtroneria dei benpensanti globali, politici e mediatici, consiste proprio in questo: fingere che il problema sia un uomo, per non dire che il problema è un vuoto. Usare Netanyahu come capro espiatorio è comodo, gratuito e assolutorio: assolve Hamas, assolve l’ANP, assolve soprattutto chi riconosce e non costruisce. La verità è più severa e più semplice: gli Stati non li fanno le risoluzioni, li fanno i fondatori. E finché il popolo palestinese non ne esprimerà uno, la Palestina resterà ciò che è oggi: una causa eterna, che è la forma più crudele di negarle un futuro.