Come un fulmine a ciel sereno, è esploso il dibattito sul prossimo Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella è stato rieletto nel febbraio 2022 e il suo mandato scadrà nel 2029. Mancano ancora tre anni e, tuttavia, è già partito il toto-Quirinale.

Un esercizio quantomeno singolare, che finisce per apparire come una mancanza di riguardo nei confronti di un Capo dello Stato nel pieno delle sue funzioni. Nessuno parla di dimissioni anticipate di Mattarella. Eppure il circuito politico-mediatico sembra aver imboccato una strada tutta sua, trasformando una prospettiva lontana in un’emergenza del presente. È bastata una dichiarazione della presidente del Consiglio per alimentare un caso istituzionale. Giorgia Meloni ha sostenuto che anche il centrodestra può legittimamente aspirare a esprimere un Presidente della Repubblica. Un’affermazione difficilmente contestabile sul piano democratico. La reazione di una parte dell’opposizione è stata invece quella di evocare scenari allarmistici, quasi che il solo porre la questione costituisse una minaccia per l’equilibrio delle istituzioni.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Mentre l’attenzione pubblica era già concentrata sull’irruzione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci e mentre la maggioranza resta impantanata sulla riforma elettorale – con Fratelli d’Italia favorevole alle preferenze e Lega e Forza Italia contrarie – il dibattito si è improvvisamente spostato sul Quirinale. Un tema destinato ad aprirsi tra tre anni è diventato l’argomento del giorno. Così finiscono nello stesso contenitore la legge elettorale, le future elezioni politiche e perfino l’elezione del Capo dello Stato. Il nodo, però, non è sottoporre Giorgia Meloni a una sorta di analisi del sangue antifascista. La vera questione è capire quali effetti produrrebbe una nuova legge elettorale fondata su un premio di maggioranza sproporzionato. Se una sola coalizione ottenesse una maggioranza schiacciante, potrebbe esercitare un’influenza determinante non soltanto sulla formazione del governo, ma anche sull’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale. È su questo terreno che si gioca la partita delle regole democratiche, non sulle polemiche preventive riguardo il nome del futuro Capo dello Stato.

Per questo si stanno costituendo i comitati che puntano a raccogliere le cinquecentomila firme necessarie per promuovere il referendum contro la nuova legge elettorale. Una corsa contro il tempo che si intreccia con le difficoltà della stessa maggioranza nel trovare un accordo sul testo definitivo. L’opposizione, tuttavia, non offre uno spettacolo migliore. Invece di confrontarsi su un progetto di governo, continua a discutere il nome della futura coalizione: Campo largo, Progressisti, oppure, come propone Giuseppe Conte, “Alleanza per la Costituzione”. Si dibatte sull’etichetta, sulla sua efficacia comunicativa e perfino sulla sua impostazione simbolica, mentre il programma resta sullo sfondo. Dovrebbe avvenire esattamente il contrario: prima le idee, poi il nome. Quando accade l’inverso, il nominalismo prende il posto della cultura politica. Aspettando la manifestazione di Napoli per capirne di più.

La Seconda Repubblica, del resto, non ha rafforzato la cultura delle istituzioni. L’ha progressivamente indebolita, alimentando una stagione nella quale gli slogan hanno spesso prevalso sulle riforme e le convenienze del momento hanno sostituito la visione di lungo periodo. Ecco perché il dibattito sul Quirinale appare oggi un diversivo. Il vero problema non è chi succederà a Sergio Mattarella nel 2029. Il problema è se Giorgia Meloni, qualora ottenesse una nuova e ampia maggioranza alle prossime elezioni politiche, saprà garantire un assetto delle regole del gioco pienamente democratico e liberale, evitando che la forza dei numeri si trasformi in uno squilibrio istituzionale. È su questo banco di prova che si misurerà la qualità della sua leadership e, soprattutto, la maturità della democrazia italiana.