Il Consiglio superiore della magistratura si prepara ad aprire una pratica “a tutela” di Mauro Paladini. L’iniziativa, promossa dai consiglieri laici di centrodestra di Palazzo Bachelet, arriva dopo settimane di polemiche e di attacchi mediatici che hanno investito il giurista milanese.

La pratica dovrebbe servire a valutare se le contestazioni rivolte a Paladini abbiano travalicato il normale diritto di critica, assumendo i contorni di una delegittimazione personale e istituzionale. Professore di diritto privato dell’Università di Milano-Bicocca, Paladini è stato eletto alla presidenza della Scuola superiore la scorsa primavera, succedendo a Silvana Sciarra, già presidente della Corte costituzionale. La sua nomina ha immediatamente provocato una forte reazione all’interno di una parte della magistratura associata, che ha parlato di un presunto tentativo della maggioranza di governo di conquistare il controllo dell’organo deputato alla formazione delle toghe.

Nelle ultime settimane il clima si è ulteriormente inasprito. Il Fatto Quotidiano ha dedicato numerosi articoli alla gestione della Scuola, concentrando l’attenzione soprattutto sulla vicenda dei verbali del Comitato direttivo trasmessi ai magistrati richiedenti con alcuni omissis. Una scelta definita come indice di “scarsa trasparenza”. La pubblicazione dei verbali, comunque, non ha mai rappresentato la prassi della Scuola. Per anni gli atti del Comitato direttivo sono rimasti riservati senza particolari contestazioni pubbliche. Soltanto con l’attuale gestione è stato avviato un percorso volto a renderli accessibili, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali, previo coinvolgimento del Responsabile della protezione dei dati e tenendo conto degli orientamenti del Garante della privacy e della giurisprudenza amministrativa. Gli omissis, peraltro, riguardano esclusivamente dati personali, opinioni espresse durante il dibattito e informazioni la cui diffusione è limitata dalla legge.

La vicenda, tuttavia, va ben oltre il tema della “trasparenza” amministrativa. Come raccontato ieri sul Riformista, il vero elemento di rottura è rappresentato dalla figura stessa di Paladini, estranea all’area culturale progressista che negli ultimi due decenni ha espresso la guida dell’istituzione. La sua elezione ha dunque interrotto una lunga continuità. Prima di Paladini, la presidenza della Scuola superiore della magistratura è stata sempre affidata a personalità provenienti dalla Corte costituzionale ed espressione di una cultura giuridica progressista. Silvana Sciarra, che aveva scelto di dimettersi dopo non essere stata confermata, era stata infatti preceduta da Giorgio Lattanzi. Ancora prima era stato il turno di Gaetano Silvestri, costituzionalista eletto alla Consulta in quota Partito democratico, mentre il primo presidente della Scuola era stato Valerio Onida, figura storicamente vicina al centrosinistra.

Per circa vent’anni, dunque, la formazione della magistrati è stata affidata a una successione di presidenti accomunati non soltanto dal prestigio accademico e istituzionale, ma anche da una collocazione culturale omogenea. L’arrivo di Paladini ha rappresentato la prima vera discontinuità rispetto a questo modello. A rafforzare questa lettura sono arrivate anche le dichiarazioni del consigliere indipendente del Csm Andrea Mirenda, secondo cui la vicenda della Scuola sarebbe soltanto uno dei fronti della competizione interna tra le correnti della magistratura associata in vista del rinnovo della componente togata di Palazzo Bachelet.

Come sottolineato da Mirenda al Riformista, la Scuola rappresenta uno snodo strategico perché è il luogo nel quale si formano i giovani magistrati e nel quale, inevitabilmente, si sviluppano anche orientamenti culturali e associativi. Da qui l’interesse delle correnti per il controllo dell’istituzione. Durante l’ultima assemblea dell’Associazione nazionale magistrati, il segretario Rocco Maruotti, infine, ha rotto gli indugi, ricordando come Paladini avesse anche sostenuto il Sì al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, ed affermando quindi che proprio quella posizione alimentava dubbi sull’apparenza di autonomia della Scuola rispetto alla politica.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere