I tre esponenti delle BR
Omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso, il processo 50 anni dopo. Chi ha sparato il colpo mortale all’appuntato
Il Pubblico Ministero Emilio Gatti ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti e 21 anni per Lauro Azzolini, i tre imputati nel processo che si celebra da un anno presso la Corte d’Assise di Alessandria per l’omicidio dell’appuntato dei Carabinieri Giovanni D’Alfonso. Un omicidio avvenuto il 5 giugno 1975, 51 anni fa esatti, nel corso di una sparatoria nella famosa Cascina Spiotta, nella quale perse la vita anche la brigatista, nonché moglie di Curcio, Margherita Cagol.
La notizia dovrebbe essere che i tre esponenti delle BR ormai ultra-ottantenni siano stati rinviati a giudizio mezzo secolo dopo il fatto e senza alcuna nuova prova. Curcio e Moretti non si sono mai presentati in aula, Azzolini sì. Azzolini era già stato indagato a suo tempo per i fatti della Spiotta ma era stato prosciolto. Innanzi ad una ordinanza di proscioglimento, non è possibile riaprire le indagini su una stessa persona per lo stesso fatto, a meno che l’atto di proscioglimento non venga revocato.
Solo in questo caso, e solo se un Gip autorizza la riapertura delle indagini, allora sì la Procura, sulla base di un nuovo apparato probatorio, può dare il via ai nuovi atti investigativi. Ebbene succede che nel 2021 – quindi 46 anni dopo il fatto – Bruno D’Alfonso, uno dei degli orfani del carabiniere ucciso, presenta un esposto alla procura di Torino in cui, sulla base di una ricca documentazione, chiede di effettuare nuovi accertamenti e nuove perizie.
Ed è così che si arriva nel 2025 al nuovo processo. L’11 marzo di quell’anno l’ormai ottantatreenne imputato Lauro Azzolini si presenta innanzi la Corte e confessa di essere lui il terrorista misterioso della Spiotta. Dunque il primo fatto che l’accusa voleva provare – cioè che fosse proprio Azzolini l’uomo presente alla sparatoria e sempre Azzolini l’autore del memoriale trovato nel 1976, nel covo di via Maderno a Milano dove Curcio viene arrestato insieme a Nadia Mantovani – beh, è l’Azzolini stesso ad ammetterlo.
Quel giorno – racconta in aula Azzolini – ci sono lui e Mara, vedono i carabinieri e non sanno che fare. Provano a fuggire, salgono su due auto tra una pioggia di colpi, riparandosi con due bombe a mano tirate in direzione dei colpi. Ma i colpi vengono da 360 gradi perché i carabinieri si posizionano in modo da circondare la cascina e bloccare le vie di fuga. Chi può stabilire con certezza quale colpo abbia colpito chi? Nemmeno Azzolini può sapere se sia stato lui a colpire a morte l’appuntato. A distanza di cinquant’anni e senza più corpi di reato sui quali fare accertamenti scientifici, come si fa a provare senza ragionevoli dubbi chi abbia sparato il colpo mortale? D’altronde è stato impossibile anche all’epoca dei fatti stabilire quale colpo avesse colpito a morte la brigatista Cagol, rinvenuta cadavere con un foro sotto l’ascella a fianco dell’auto con cui intendeva guadagnare la fuga.
Ascoltare questo processo fa un effetto surreale, come riportare in vita personaggi storici pretendendo di ricostruirne la quotidianità.
Gli imputati sono stati sottoposti ad intercettazioni e Trojan, anche senza autorizzazione del Gip. In nessun modo il processo ha fatto emergere nuove evidenze. Si tratta solo di una indagine “storica” dotata però degli effetti dei processi penali. Si pretende così, nelle aule di tribunale, di scrivere la verità sugli anni di piombo a furia di sentenze piegate alle ragioni dell’opportunità, più che del Diritto. Dalle BR ai Nar, da Curcio, Moretti, Azzolini a Gilberto Cavallini, i processi celebrati mezzo secolo dopo i fatti non danno alcun contributo alla verità, soddisfano solo la pretesa punitiva di chi ha subìto un crimine e cerca soddisfazione nel riconoscimento da parte dello Stato di “un” colpevole.
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