C’è un genere televisivo che l’Italia conosce da trent’anni e che non ha mai voluto dichiarare il proprio nome. Lo hanno fondato Milena Gabanelli e la sua scuola, lo prosegue Sigfrido Ranucci con Report, lo replica in formato dati il Dataroom del Corriere: si presenta come giornalismo dei fatti, pratica giornalismo d’accusa. La distinzione non è accademica, e per capirla conviene guardare da vicino come lavora.

La grammatica sbagliata del giornalismo d’accusa

Primo esempio: il servizio del 17 dicembre 2023 sul quadro di Rutilio Manetti attribuito alla disponibilità di Vittorio Sgarbi. Ogni elemento mandato in onda era vero – la tela combaciante coi lembi del dipinto rubato, la confessione del pittore che dichiarò di aver aggiunto una torcia su commissione, le perizie sui pigmenti moderni – tanto che una Procura ne fece un processo. Eppure lo spettatore usciva dalla puntata avendo emesso una condanna che nessun giudice, a oggi, ha pronunciato: in primo grado Sgarbi è stato assolto, con appello richiesto dalla Procura ora pendente. Il vizio non sta nei fatti, ma nella grammatica: materiale da ipotesi accusatoria servito con la prosodia del fatto accertato. Il telespettatore condanna con uno standard probatorio che nessun tribunale accetterebbe, e non se ne accorge.

Secondo esempio, più sottile: il Dataroom del 21 gennaio 2026 sui suicidi e i traumi dei soldati israeliani. Dati ufficiali, tutti reali. Ma il 40% di diagnosi di PTSD “di tutta la storia dell’IDF” confronta anni di guerra con decenni in cui quella diagnosi nemmeno esisteva; e i suicidi assoluti raddoppiati tacciono che nel frattempo la popolazione sotto le armi si era moltiplicata. Soprattutto la tesi morale, che il disagio nasca dalla natura delle azioni compiute, non viene mai affermata. Viene costruita per accostamento, fino alla chiusa che giustappone il dolore censito dei soldati a quello senza statistiche dei civili di Gaza. La giustapposizione non dichiara nulla e insinua tutto: è il montaggio a fare la tesi. Ed è la forma più efficiente di persuasione, perché non lascia un enunciato falsificabile: non si può querelare, non si può smentire. Semplicemente conduce, passo dopo passo, il telespettatore o il lettore a una conclusione che egli crede spontanea e che invece è preconfezionata, senza mai scoprire il gioco.

L’assenza del dopo

C’è poi il terzo tratto del metodo, il più silenzioso: l’assenza del dopo. Le assoluzioni, le archiviazioni, i ribaltamenti in appello non hanno mai una puntata. Il bilancio nella testa dello spettatore resta permanentemente sbilanciato sull’atto d’accusa, che ha avuto la prima serata; il finale, quando smentisce, ha un trafiletto.

Sarebbe però disonesto fermarsi qui. Questo giornalismo ha meriti che i suoi critici tendono a dimenticare: senza quel servizio, la torcia del Manetti non sarebbe mai arrivata in un’aula; e in trent’anni quel formato ha innescato processi veri, condanne vere, riforme vere, in un panorama televisivo dove è rimasto quasi l’unico a scavare. Il confronto onesto non è tra Report e un giornalismo ideale che non esiste: è tra Report e il nulla. E nel confronto col nulla, Report vince. Il punto, allora, non è chiedergli di sparire, ma di dichiararsi. Se ogni puntata si aprisse per ciò che è – “questo è il nostro atto d’accusa, documentato al meglio delle nostre forze” – metà del problema evaporerebbe, perché lo spettatore saprebbe calibrare. È la falsa etichetta di neutralità, l’accusa travestita da referto, a trasformare un lavoro prezioso in uno strumento che orienta senza dichiararlo. Nell’attesa, la difesa resta individuale: guardare quelle inchieste come si legge una requisitoria ben scritta, ricordando che la controparte non ha ancora parlato. Anche quando è tutto vero, soprattutto quando è tutto vero, un atto d’accusa non è una sentenza.