Economia
Ucraina, Gaza e Siria, la ricostruzione diventa politica industriale: il ruolo dell’Italia
Dall’energia alle infrastrutture, l’Italia prova a prepararsi alla fase successiva ai conflitti. La capacità industriale, però, dovrà misurarsi con sicurezza, rischio finanziario e coordinamento pubblico
Si può preparare la fase successiva a una guerra mentre le armi continuano a sparare? Sul piano economico sta già accadendo. Governi e imprese valutano i fabbisogni, studiano le infrastrutture da ripristinare e cercano di individuare le condizioni necessarie per tornare a investire.
Ucraina, Gaza e Siria sono crisi diverse per origine, intensità e prospettive politiche, ma pongono lo stesso interrogativo: chi sarà in grado di accompagnare la ripartenza dei territori quando la situazione lo consentirà? Per l’Italia la risposta passa dalla capacità di trasformare l’impegno diplomatico e umanitario in una presenza economica di lungo periodo, senza ridurre la fase postbellica a una competizione per le commesse. È la prospettiva emersa, sullo sfondo, durante il convegno «L’Italia che ricostruisce: il sistema italiano per Ucraina, Gaza e Siria», ospitato alla Camera dei deputati e dedicato alle dimensioni istituzionale, industriale e sociale del processo. Il viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini ha indicato l’obiettivo con una formula precisa: «Trasformare l’impegno diplomatico e umanitario in presenze industriali strutturali».
Il punto non riguarda soltanto l’accesso delle singole aziende a nuovi progetti, ma la possibilità di presentare insieme tecnologia, capacità progettuale, diplomazia economica e finanza pubblica. Valentini ha definito il Sistema Italia un’«architettura e non una somma di iniziative», richiamando un modello che, nelle sue parole, ha portato il Paese al quarto posto tra le potenze esportatrici mondiali, con un export che «va verso i 700 miliardi». Ma i mercati della ripartenza non assomigliano a quelli ordinari. Il sottosegretario Matteo Perego di Cremnago ha indicato in mille miliardi il fabbisogno complessivo riferito ai tre scenari e ha ricordato che «non c’è ricostruzione senza sicurezza». Prima dei cantieri vengono la protezione dei territori, la tenuta delle istituzioni e la possibilità per imprese e lavoratori di operare. Le differenze sono già evidenti. Fabrizio Fabbri, amministratore delegato di Ansaldo Energia, ha spiegato che il gruppo è attivo in Siria e si sta preparando a sostenere l’Ucraina, mentre a Gaza l’accesso resta impedito dalle condizioni sul terreno.
È l’energia, in ogni caso, a rappresentare il primo passaggio della ripartenza. «Senza energia non si fanno ospedali, non arriva l’acqua nelle case», ha osservato Fabbri, sottolineando che l’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente ripristinare ciò che esisteva, ma innovare. La ricostruzione non deve limitarsi a ripristinare ciò che esisteva, ma diventare un’occasione per innovare. L’Italia dispone di competenze nell’energia, nell’ingegneria, nei trasporti, nelle costruzioni e nel recupero del patrimonio culturale.
Non basta, tuttavia, possedere una buona base industriale. Servono garanzie contro il rischio, continuità diplomatica e strumenti capaci di tradurre le competenze in progetti finanziabili. È su questo terreno che si misura la differenza tra una partecipazione occasionale e un ruolo stabile. Antonio Tajani ha fissato anche il limite politico dell’operazione: «La ricostruzione non è un business». Il coinvolgimento delle imprese resta indispensabile, ma deve accompagnare il recupero dei servizi, del tessuto sociale e della dignità delle popolazioni civili.
Il ritorno economico non può essere separato dalla stabilità dei Paesi in cui gli investimenti dovranno produrre effetti. La sfida italiana è dunque meno semplice di quanto suggerisca il richiamo alle opportunità future: richiede di prepararsi in anticipo, coordinare soggetti diversi e accettare che, almeno nella prima fase, sicurezza e sostenibilità finanziaria conteranno più della velocità con cui si apriranno i cantieri.
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