Esteri
Andy Burnham, pochi avversari e tanta fretta: da oggi sarà il nuovo premier inglese
Burnham ce l’ha fatta. Da oggi sarà il nuovo premier inglese. Il suo “modello Manchester” è riuscito nell’impresa di ammaliare il partito laburista che nella giornata di ieri lo ha incoronato come suo nuovo leader al posto di Keir Starmer, dimissionario da giugno. Una proclamazione non proprio a sorpresa quella del cinquantaseienne neodeputato, ex sindaco di Manchester ed ex ministro. Un po’ per mancanza di candidati capaci di presentarsi come un’alternativa credibile. Un po’ per la fretta di chiudere la pratica apertasi con l’addio dell’ex premier e scrivere un nome certo nella casella Downing Street numero 10. Un po’ nella speranza che l’aitante “Re del nord”, come è soprannominato, sia l’uomo giusto per far uscire il partito da quella palude di insipienza e confusione mentale in cui si è cacciato con le proprie mani in questi ultimi mesi di governo. Visto il momento delicato sullo scenario internazionale, al Paese serve stabilità, e la scelta più o meno obbligata di Burnham va in questa direzione.
Burnham, sorpresa sulla tempistica
La nomina, annunciata durante un’assemblea speciale di partito a Londra da Shabana Mahmood, ministra dell’Interno del governo uscente e presidente del Comitato esecutivo nazionale laburista, è stata plebiscitaria grazie al sostegno del gruppo parlamentare di maggioranza e soprattutto dei sindacati affiliati al partito. Burnham ha avuto il sostegno di 379 deputati e di tutti i rappresentanti sindacali. Un solo altro candidato ha ottenuto una singola nomination, insufficiente a raggiungere la soglia per entrare in lizza. Questa decisione bulgara consentirà peraltro a Burnham di accelerare le procedure e di non sottoporsi al voto degli iscritti e di subentrare automaticamente a Starmer come capo del governo dopo il passaggio rituale di consegne a Downing Street, fissato per oggi. L’unica sorpresa è stata dunque solo la tempistica, perché una prima ipotesi prevedeva che la successione avrebbe dovuto attendere settembre. Ma i tempi erano maturi.

Le misure di Burnham
Ora starà al nuovo premier dimostrare la reale applicabilità del suo “manchesterismo” al resto del Paese. Ed è proprio sulla fattibilità dei suoi programmi, un misto di blairismo e populismo alla Corbyn che ne hanno fatto una sorta di Bernie Sanders locale, che si addensano le prime ombre. Nei giorni precedenti la nomina, tanto per gradire, è calata la scure di Goldman Sachs, di certo famosa per non nutrire grandi simpatie per gli agitatori di popolo di ogni latitudine. Le sue misure, e in particolar modo la tanto sbandierata devolution dei poteri nei territori, con tanto di apertura di una sede decentralizzata del governo proprio a Manchester, avranno, secondo gli analisti americani, come unico risultato di allargare a dismisura un deficit che è già una voragine. Al premier in pectore viene peraltro addebitata una scarsa attenzione ad ambiti fondamentali per stimolare la crescita, come le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale allo sviluppo. Soprattutto non risulta chiaro quale sarà la sua posizione sul tema Brexit ed Europa. Non a caso, Farage è già partito all’attacco a testa bassa.
Guidare il Regno Unito non è come guidare una città, per quanto importante come Manchester, e il rischio è che, conti alla mano, alle roboanti promesse seguano risultati non proprio brillanti. La prospettiva che Burnham si ritrovi come la nazionale di San Giorgio – che in tanti vedevano già sul podio e poi finita ai premi di consolazione – è reale. Il dispiacere di una sconfitta calcistica si supera. Un’altra crisi al buio per l’Inghilterra un po’ meno. Staremo a vedere.
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