Perché Forza Italia e Lega, pur essendo al governo, attraversano una fase di evidente difficoltà politica ed elettorale?
La risposta va ricercata nel modo in cui i due partiti si sono collocati all’interno della coalizione guidata da Giorgia Meloni. Antonio Tajani si è legato a doppio filo alla presidente del Consiglio, ed è proprio questo il rimprovero che una parte del suo partito gli rivolge: aver rinunciato, in larga misura, a un’autonoma iniziativa politica. Matteo Salvini, invece, continua a svolgere un ruolo anomalo per un partito di governo: sostiene l’esecutivo, ma nello stesso tempo rincorre temi e linguaggi tipici di una opposizione sui generis.

Forza Italia all’8%, Lega al 7.5%

Tajani non è riuscito a raggiungere quel 20% più volte indicato come obiettivo politico. I sondaggi continuano ad accreditare Forza Italia attorno all’8%, ben al di sotto delle aspettative. Ancora più delicata è la situazione di Salvini, costretto a fare i conti con la scissione guidata da Roberto Vannacci. Alcune rilevazioni attribuiscono a FN il 7,3% e alla Lega il 7,5%, segno che la competizione si è ormai trasferita all’interno dello stesso elettorato. L’ex generale è diventato una sorta di “gatto nero” sul cammino della destra di governo.

Salvini paga non soltanto la nascita di un concorrente diretto, ma anche una linea di politica estera giudicata troppo vicina a Mosca, sulla quale Vannacci assume posizioni ancora più radicali. Nemmeno l’attività di governo sembra avergli restituito centralità. Il cambio ai vertici del Gruppo FS, con la sostituzione di Donnarumma con Strisciuglio, non ha modificato questa percezione. Più evidente appare, invece, la presenza della Lega nella gestione delle nomine e dei centri di potere, dai porti alle ferrovie: un evidente paradosso per il partito che aveva costruito la propria identità sullo slogan “Roma ladrona”.

Salvini sogna il Viminale

Il vero obiettivo di Salvini resta il ritorno al Viminale. È convinto che il Ministero dell’Interno rappresenti il principale moltiplicatore di consenso e insiste su una politica sempre più incentrata sulla sicurezza, sull’immigrazione e sull’inasprimento delle norme penali. Il caso Roggero e la proposta di ampliare la legittima difesa ne sono un esempio. Ogni fatto di cronaca diventa l’occasione per rilanciare una linea securitaria che spesso finisce per incalzare lo stesso governo. Ma il terreno sul quale si gioca la partita decisiva è quello della riforma elettorale.

La riforma elettorale

Meloni intende riproporre al Senato il tema delle preferenze dopo la bocciatura subita alla Camera. La Lega si è allineata alla presidente del Consiglio, mentre in Forza Italia cresce il malumore. Tajani appare disponibile al confronto, ma una parte consistente del gruppo parlamentare, soprattutto quella più vicina alla famiglia Berlusconi, si oppone con decisione. Le ragioni dicotomiche sono evidenti. Molti parlamentari sono stati eletti grazie alle liste bloccate e non dispongono di un autonomo radicamento sul territorio.
L’introduzione delle preferenze cambierebbe profondamente gli equilibri interni e metterebbe in discussione posizioni consolidate. Il braccio di ferro è soltanto all’inizio. Meloni non vuole subire una seconda sconfitta su una riforma che considera decisiva sia per consolidare la propria leadership sia per ridurre i rischi di possibili censure di costituzionalità.

Gli equilibri della coalizione

Nel frattempo resta aperto anche il confronto sulle intercettazioni “a strascico”: Fratelli d’Italia intende riproporle, mentre Forza Italia continua a manifestare forti resistenze. Dietro il voto sulle preferenze non si confrontano soltanto due diverse concezioni della legge elettorale. Si gioca un delicato equilibrio di potere all’interno della maggioranza. La Lega teme un’ulteriore erosione del proprio consenso; in Forza Italia, invece, è soprattutto l’area più vicina alla famiglia Berlusconi a guardare con crescente preoccupazione al rischio di un progressivo ridimensionamento del partito e della sua emarginazione politica. Non è un caso che le maggiori resistenze alle preferenze provengano proprio da quel settore. La partita, dunque, va ben oltre la riforma elettorale. Riguarda gli equilibri della coalizione, i rapporti di forza tra i suoi principali protagonisti e, in prospettiva, la stessa tenuta politica della maggioranza.