Politica
Accordi USA-Italia, la posizione di Crosetto: “Rispettarli non significa essere in guerra”
C’è una frase di Guido Crosetto che, più di molte analisi, riassume il passaggio: l’Italia non è alleata di un presidente, ma degli Stati Uniti, e nessun governo ha mai messo in discussione gli accordi con gli Usa. Questo è emerso nell’Aula della Camera in occasione dell’informativa del ministro della Difesa. È una distinzione che sembra ovvia soltanto finché la storia scorre ordinata. Quando invece l’alleato chiede l’uso di basi, spazio aereo e catene logistiche in una guerra che non hai deciso, quella distinzione torna a essere il nocciolo della politica estera: fedeltà atlantica sì; automatismo no.
Sigonella, allora, non è stata una replica del 1985 e neppure un braccio di ferro da romanzo nazionale. È stata una prova più sottile e per questo più istruttiva: l’Italia ha detto no non agli Stati Uniti, ma all’idea che l’alleanza cancelli la previa autorizzazione, la consultazione politica, la responsabilità dello Stato ospitante. Come detto da Crosetto, “l’Italia non è in guerra”. Il 27 marzo Roma ha negato il via libera a velivoli militari americani diretti verso il Medio Oriente perché Washington non aveva chiesto l’autorizzazione preventiva, come invece previsto dagli accordi che regolano l’uso delle installazioni sul territorio italiano. Non una sfida muscolare: un richiamo alla forma, che in democrazia è già sostanza.
È qui che il caso diventa più interessante del caso stesso. Da settant’anni il rapporto militare con Washington poggia su una stratificazione di patti: il BIA del 1954, il NATO SOFA ratificato nel 1955, i memorandum successivi, compreso il cosiddetto “Shell Agreement” del 1995. Una parte di questo assetto è rimasta opaca all’opinione pubblica. E una sovranità che non sia del tutto conoscibile resta, inevitabilmente, una sovranità incompiuta. Ma proprio per questo il punto non è agitare fantasmi antiamericani: è ricordare che gli accordi valgono se valgono anche quando mettono un limite all’alleato più forte.
Il governo ha scelto una linea che si può discutere, ma che ha una sua coerenza: fermezza procedurale, prudenza politica. Da un lato, nessun uso delle basi fuori dalle condizioni previste; dall’altro, nessuna rottura con Washington. Non è ambiguità nel senso deteriore del termine, ma il tentativo di stare dentro una contraddizione che non riguarda solo l’Italia. La Francia ha negato il sorvolo territoriale agli aerei americani e tratta commercialmente con gli ayatollah; la Spagna ha preso posizioni critiche sulla guerra. Gli europei si muovono senza una voce unica, che allo stato attuale non potrebbe neanche esistere. In questo vuoto, l’Italia prova a ritagliarsi uno spazio, poco scenografico ma, nelle intenzioni, proficuo.
Crosetto coglie il punto quando avverte che il rischio è la follia. La guerra apparentemente senza fini ultimi con l’Iran rimette al centro la vulnerabilità energetica europea, la dipendenza militare del continente dagli Stati Uniti e il logoramento di ogni cornice multilaterale. Meloni, volata nei Paesi del Golfo nel fine settimana, ha cercato di presidiare insieme la dimensione diplomatica e quella degli approvvigionamenti. Ma la verità è più severa: l’Europa scopre di volere autonomia strategica proprio nel momento in cui capisce di non averla mai costruita.
Alle attuali condizioni, dunque, esiste ancora uno spazio per una politica estera europea che non sia solo reattiva? È possibile tenere insieme fedeltà atlantica e autonomia strategica senza cadere nell’irrilevanza? Crosetto, con toni franchi, evoca da tempo il fallimento del multilateralismo e il ritorno della forza come linguaggio dominante. È un’analisi dura, ma difficilmente contestabile. Anche il più piccolo segnale può aprire voragini politiche, smuovendo equilibri sempre più precari e relazioni storiche quanto mai instabili
Ecco perché Sigonella conta. Non come gesto di orgoglio nazionale, troppo facile da celebrare o demonizzare; e nemmeno come incidente da minimizzare. Conta perché mostra la nuova condizione italiana: restare nell’alleanza senza rinunciare al diritto di dire dove finisce la cooperazione e dove comincia la corresponsabilità. In tempi normali sarebbe mera amministrazione, in tempi come questi è politica allo stato puro. E realisticamente forse l’unica politica estera seria che oggi un Paese come l’Italia possa permettersi: non scegliere tra sovranità e alleanza, ma impedire che una divori l’altra, prima che tutto salti.
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