Gentile direttore,

ho letto sull’edizione dello scorso 11 luglio che i magistrati avrebbero “scaricato i cancellieri” e “chiesto soldi e risorse solo per i loro assistenti”. Capisco che per alcuni abbandonare i toni mistificatori della campagna referendaria è difficile, mentre attribuire ai magistrati la responsabilità delle carenze del servizio giustizia è un modo facile per celare quella di chi è tenuto a curarne organizzazione e funzionamento, innanzitutto assicurando risorse umane e materiali. Capisco meno che tra questi vi sia chi (non tutti) dovrebbe tutelare gli interessi dei lavoratori del comparto. Mi sorprende che ad alimentare una contrapposizione creata ad arte sia anche un giornale che aspira a battagliare sulle idee.

I magistrati hanno sempre sottolineato quanto sono essenziali la copertura e l’adeguamento degli organici del personale amministrativo, il cui prezioso contributo è indispensabile per il buon andamento del servizio. Il lavoro dei magistrati, senza quello del personale amministrativo – insostituibile con automatismi che pure qualcuno talvolta invoca e sperimenta – resterebbe lettera morta. Dunque, dire che “i magistrati scaricano i cancellieri” è, prima ancora che falso, un non senso. L’ufficio per il processo esiste dal 2014 ed è stato riempito per la prima volta in occasione del Pnrr. I compiti degli addetti sono diversi da quelli dei cancellieri, sono di ausilio ai magistrati, non per migliorarne le condizioni di lavoro, ma per consentire loro di dare alla domanda di giustizia una risposta meno lenta. Stabilizzarli per coprire i vuoti di organico del personale amministrativo, rinunciando a creare un profilo nuovo che si aggiunga a quelli già esistenti, è miope rispetto alla tanto invocata efficienza del servizio, distrugge la professionalità dei nuovi assunti e svilisce le legittime aspirazioni dei vecchi.

Si era disposti a spendere centinaia di milioni per una riforma che, secondo i suoi stessi promotori, non avrebbe inciso sulla qualità del servizio. Quando si tratta di iniziare a mettere in campo una misura strutturale che invece una ricaduta positiva l’avrebbe, si innesca una guerra tra poveri. Non parliamo poi – per restare sempre all’area “risorse umane” – dei capitoli magistrati onorari e giudici di pace. Difendere quell’esperienza non è in contrasto con le esigenze del personale. Il modo in cui è stata affrontata la questione AUPP – la cui rilevanza impallidisce rispetto all’enormità di quella carceraria, epperò è amplificata dalla valanga che sta per travolgere le sezioni immigrazione (per non dire delle condizioni in cui versano gli uffici di sorveglianza e quelli minorili) – è piuttosto una cartina di tornasole della qualità dell’azione del Ministero.

Rachele Monfredi

Autore

Giudice civile