Lo Stretto di Hormuz è ormai la porta girevole di un grand hotel. Con il doorman iraniano che decide chi entra e chi esce e il cliente facoltoso Usa che pretende di entrare perché l’“hotel è suo!”. Dice. Ieri Teheran ammoniva Washington di non “interferire in alcun modo nella gestione dello Stretto”. A sua volta, Trump se ne assumeva il ruolo di “angelo custode”. Qui si separano gli scenari. Da una parte quello economico-finanziario. Dall’altra la geopolitica.

Il petrolio sale e le borse scendono

Dopo una mattinata che sembrava tendere al brutto, i mercati si sono stabilizzati. Il petrolio è salito e le Borse sono scese. Ma senza panico. Brent e Wti hanno superato la soglia dei 70 dollari al barile. La scorsa settimana erano sotto. Possibile che si arrivi a sfiorare gli 80 dollari entro venerdì. Tuttavia, gli analisti fanno notare la pesante riduzione della backwardation, passata da 15 a soli 3 dollari in un anno. Questo vuol dire che un anno fa il Brent con consegna immediata valeva circa 15 dollari in più rispetto ai contratti futures di pari scadenza. Oggi questo premio è sceso a soli 3 dollari. Detta ancora più semplice: paghi di meno l’oro nero in pronta consegna.

Bisogna vendere

Gli stock sono pieni. Vanno smaltite le riserve. Guerra o no, bisogna vendere. E poi i mercati si stanno adeguando alle tensioni. Senza un’escalation, non vale la pena agitarsi più del necessario. Lo stesso Opec ha tagliato, per la terza volta consecutiva, le previsioni di crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2026 a 780mila barili al giorno. Pare assurdo, ma a causa (o grazie) della crisi di Hormuz si stanno cercando fonti alternative. Tutto già visto. Come con il Covid. L’incertezza genera resilienza. L’Europa è messa male, però. Le rinnovabili non bastano. Ci serve importare le infrastrutture dall’Asia. Non abbiamo un’industria competitiva. Con i prezzi al consumo comunque in aumento rischiamo la stagflazione.

Il jolly Hormuz

Lato geopolitica, la situazione è più magmatica. Finora Trump ha fatto il gambler. Quello che negozia senza mai chiudere. Il fattore tempo gli si è rivoltato contro. Gli iraniani, gente di bazar, che nelle trattative ci son cresciuti, hanno scoperto che Hormuz è un jolly con cui possono giocarsi sia la partita con il Grande Satana sia le loro stesse amicizie migliori. Vedi la Cina. Fatto è che così stanno andando avanti. Giorno per giorno. Senza una vision. Se è vero che sono i Pasdaran ad aver preso il controllo del Paese, allora la teocrazia è diventata un paravento. Però il regime c’è. Sgarrupato e violento. Quindi più pericoloso.

I conti con gli alleati occidentali

Al contrario, gli Stati Uniti devono fare i conti con gli alleati occidentali che non si sono mai innamorati di questo conflitto e con gli interlocutori asiatici che contano le perdite e quindi si chiedono quanto convenga stare ancora in scia dello Zio Sam. Giorni fa, il Council on Foreign Relations di New York ha ribaltato il concetto di “non allineamento”, nato con la conferenza di Bandung nel 1955. In quella occasione l’allora premier cinese disse: «Le alleanze dovrebbero essere abbandonate perché non giovano a nessuno». Sembrano parole di Donald Trump.

Washington rischia di cadere nello stesso errore

A suo tempo, i Paesi del sud del mondo, contrari al meccanismo bipolare della guerra fredda, non raccolsero grandi risultati dal rifiuto di allinearsi con una o l’altra potenza. Sull’effettiva terzietà di quei governi si discute ancora. Ma fa nulla. Oggi Washington rischia di cadere nello stesso errore. L’autonomia strategica la porta a mettere i propri interessi al di sopra di qualunque cosa. Questo spinge i suoi interlocutori a fare altrettanto. Solo che, mentre in Occidente presto torneremo a dialogare con gli USA come ai bei tempi, nel resto del mondo c’è chi si sta facendo i muscoli per proseguire in autonomia e altri che pensano di bussare alla porta di un altro gigante. E così si arriva alla Cina. Pechino su Hormuz si è fatta garante del diritto internazionale e ha messo mano alle sue riserve petrolifere in modo da evitare il boom dei prezzi. Sacrificale e spregiudicata. Prima o poi presenterà il conto. Che anche gli iraniani dovranno pagare.

Avatar photo

Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).