Esteri
L’ultimo viaggio di Khamenei e il ritorno dei bombardamenti: il destino dell’Iran continua ad essere in bilico
Si è tenuta, al termine di sei giorni di celebrazioni funebri, la sepoltura dell’Ayatollah Alì Khamenei presso Mashhad, città santa situata nel nord-est dell’Iran, nonché sua città natale. Le spoglie di Khamenei sono state così tumulate nel Santuario dell’Imam Reza, uno dei luoghi di culto sciita più importanti del Paese. La tumulazione acquisisce così immediatamente connotati politici, dato che Khamenei verrà sepolto di fianco allo stesso Imam Reza, così che, le migliaia e migliaia di fedeli che ogni anno vanno in pellegrinaggio al Santuario, lo faranno anche per l’Ayatollah.
La sepoltura, prevista per la mattina, è stata spostata nel primo pomeriggio a causa della massiccia ed inaspettata presenza dei fedeli nelle città di Kerbala e Najaf. Ed è proprio nella città di Karbala che i presenti, gridando a gran voce: “Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein” chiedevano, reggendo tra le mani il misbaha, ossia il rosario islamico, di avere pietà per la sua anima. Tra bandiere rosse che richiamano alla vendetta, e cartelli che incitano ad una rivolta violenta contro gli Stati Uniti ed Israele, i funerali della guida suprema e spirituale, consegnano un paese in lutto ma senza una chiara direzione futura. A guidare i riti e a ricevere le condoglianze sono stati infatti i parenti più stretti di Khamenei, ma, a pesare come un macigno è l’assenza proprio della futura guida suprema e spirituale dell’Iran, Mojtaba Khamenei, secondo figlio del defunto Ayatollah. Fonti interne affermano che stia progettando una fuga, per evitare così purghe interne dalla linea più dura dei Pasdaran; secondo altri invece, sembrerebbe che sia rimasto gravemente ferito dallo stesso raid nel quale perse la vita il padre.
Ciò che aspetta l’Iran è un’incognita che spaventa il regime, con un paese in un profondo lutto, almeno, in gran parte: l’immagine monocromatica, infatti, di uno stato interamente in lacrime, rappresenta una verità parziale trasmessa dai media statali. La mannaia delle forze locali di fatto si sta abbattendo contro ogni forma di dissenso, reprimendo, anche con l’utilizzo della forza, chiunque non dimostri il dovuto rispetto e cordoglio nei confronti del defunto Ayatollah. E sullo sfondo di queste celebrazioni funebri, continua la guerra con gli Usa, che, alcuni giorni fa, ha avviato una massiccia offensiva prendendo di mira i centri nevralgici dei Pasdaran e i depositi dei missili balistici situati nell’Iran occidentale, ai quali sono seguiti droni su Kuwait, Bahrein e Kawtar. La risposta di Teheran è stata immediata: i Pasdaran hanno bombardato tre petroliere in transito sullo stretto di Hormuz, attaccando inoltre alcune basi militari statunitensi in Bahrein e Kuwait. Si ferma così il traffico nello stretto di Hormuz, vero obiettivo strategico statunitense legato al commercio del petrolio, seguito ad un attacco a due ponti ferroviari nel Golestan, punto nevralgico di collegamento a Mashhad, causando la sospensione del traffico ferroviario tra la città natale di Khamenei e Teheran.
Il ministro degli esteri di Teheran Abbas Araghchi ha definito l’offensiva degli Usa alle ferrovie iraniane come: “Un flagrante crimine di guerra”; gli stessi media iraniani hanno affermato che gli attacchi statunitensi abbiano la finalità di “disturbare” la logistica durante i riti funebri di Khamenei. E in questo botta e risposta drammatico tra Teheran e Washington, lo stesso Trump ha affermato che, l’intesa, siglata a metà giugno con 14 punti programmatici comuni, sia ufficialmente terminata. L’Iran si trova così di fronte ad un vicolo cieco: da un lato c’è il regime sotto assedio e politicamente decapitato (con il giallo dell’erede Mojtaba) e dall’altro la volontà dei cittadini iraniani. Certo di fronte al cordoglio e alla valanga di lacrime piante per Khamenei c’è il desiderio sotterraneo di un popolo stanco del regime teocratico, il quale risponde solo con violenza e censura. Il destino del popolo iraniano è appeso quindi ad un filo sottilissimo: quanto durerà la loro prova di forza nei confronti del nemico statunitense, di fronte a Donald Trump che minaccia, qualora l’Iran continui a colpire le petroliere sullo stretto di Hormuz, un crescendo inevitabile degli attacchi?
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