Il giornalismo anglosassone ha fatto scuola nel mondo per la severa distinzione nelle pagine dei quotidiani tra i fatti e le opinioni. Una separazione netta che con il passare del tempo è diventata sempre più sfumata, fino a scomparire e a rendere persino i fatti delle opinioni. Una deriva che è stata analizzata dalla giornalista premio Pulitzer Michiko Kakutani nel 2018 nel libro ‘La morte della verità’, in cui descriveva la progressiva erosione del concetto di verità condivisa nell’era Trump.

Il fenomeno della distorsione dei fatti raccontati, anche in perfetta buona fede, era già noto, indagato e descritto da Walter Lippmann nell’Opinione Pubblica, nel 1922. Ma la contemporaneità ci ha messo davanti ad un fenomeno nuovo, permanente e strutturale: il progressivo passaggio da un fatto accertato ed accettato come tale, a una sua manipolazione che ne rende verosimili ed accettabili diverse versioni, da fact ad alternative facts (copyright Kellyanne Conway, consigliera di Donald Trump). La storia è piena di mistificazioni, manipolazioni, disinformazione, dal Protocollo dei Savi di Sion alla lettera di Zinoviev, solo per citare i più conosciuti, ma la sofisticazione tecnologica di oggi permette una manipolazione delle immagini che le rende indistinguibili dall’originale e alla portata di tutti e che si innesta in un clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni e dell’informazione mainstream. Ed in questo modo le fake news si diffondono a velocità impressionante. Soprattutto quando l’evento è fortemente divisivo. Come a Minneapolis, dove non si sono confrontati solo i manifestanti e le truppe dell’Ice, ma si è anche combattuta una battaglia simbolica e comunicativa di grande rilievo. Tra la verità e la verità alternativa.

Le morti di Renee Good e di Alex Pretti: una poetessa e un infermiere freddati dai colpi degli agenti anti-migranti, sono state raccontate in termini molto diversi, ma la differenza tra le versioni fornite delle autorità americane ed i filmati dell’accaduto era troppo grande perché potesse affermarsi una narrazione dei fatti diversa da quella originale. Diverse persone hanno ripreso la scena con i loro smartphone e quei video hanno fatto il giro del mondo. Qualche anno fa sarebbero stati considerati delle prove inoppugnabili e la verità dei fatti sarebbe stata immediatamente accettata all’unanimità. Oggi c’è voluto un po’ di tempo prima che la verità si affermasse costringendo persino il Presidente Trump ad una parziale retromarcia nella narrazione degli eventi, ma alla fine la potenza delle immagini si è rivelata troppo più forte del peso delle parole. E il giornalismo ha mostrato di avere ancora un ruolo fondamentale. A Minneapolis hanno vinto i fatti, ma il “mercato delle verità” – titolo di un saggio di Antonio Nicita- è sempre aperto e offrirà a tutti di costruirsene una perfettamente coerente con la propria visione del mondo, magari corredata da un video in cui sarà Pretti a sparare per primo agli agenti.

Andrea Alicandro

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