Bombe e soldi
Perché è ripresa la guerra Usa-Iran, Trump è “l’angelo custode” dello stretto di Hormuz: “Ma pagate il 20%”. Paesi del Golfo rischiano coinvolgimento
La guerra nel Golfo Persico è ripresa da qualche giorno, meno di un mese dopo il Memorandum d’intesa siglato il 17 giugno scorso da Iran e Stati Uniti che riapriva di fatto lo stretto di Hormuz. Adesso, dopo poche settimane, ritornano i bombardamenti americani e le reazioni iraniane mirate a colpire altri Paesi del Golfo per destabilizzare ancora di più la situazione. Nel frattempo i prezzi di gas e petrolio tornano nuovamente a salire.
Ma perché la guerra è ripartita? Ufficialmente la ragione è da associare agli attacchi sferrati dall’Iran contro le navi che transitavano nello stretto di Hormuz. Attacchi, avvenuti ad inizio luglio, che hanno destabilizzato Donald Trump che il 10 luglio scorso ha ordinato nuovi bombardamenti dopo la parziale ammissione dei pasdaran che hanno riconosciuto “l’errore”, scaricando però tutte le responsabilità su “estremisti fuori controllo”. Troppo facile.
Così la guerra è ripartita e questa volta il rischio è il serio coinvolgimento anche di altri Paesi del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita. Trump mira al controllo dello stretto di Hormuz per i flussi di petrolio e non solo: “Probabilmente saranno gli Stati Uniti a gestire lo Stretto. Se saremo noi a gestirlo, verremo rimborsati. Diventeremo gli angeli custodi dello Stretto e verremo pagati per sorvegliarlo” ha dichiarato in giornata a Fox News, annunciando di essere vicino a prendere “il controllo di Hormuz”. Il leader della Casa Bianca spiega che il ritorno ai bombardamenti è tutto da addebitare alle provocazioni di Teheran. “Ogni volta che mandano un drone, li colpiamo duramente. Ma avevamo un accordo. Quello che nessuno sa è che avevamo un accordo. Era un accordo concluso, e poi l’hanno infranto. Li infrangono sempre. Abbiamo avuto dieci accordi con queste persone, quindi li colpiremo duramente”.
Poche ore dopo formalizza il pedaggio ufficiale da pagare agli Stati Uniti che d’ora in poi “dovranno essere conosciuti come ‘il guardiano dello Stretto’ e in quanto tale, e per una questione di equità, riceveranno un rimborso pari al 20% su tutte le merci spedite, a copertura di tutti i costi necessari per svolgere il compito di garantire la sicurezza in questa zona del mondo particolarmente instabile”. Per Trump “il processo e l’organizzazione avranno inizio immediatamente”.
A stretto giro arriva la replica della Repubblica islamica: “Le ripetute provocazioni e azioni ostili degli Stati Uniti volte a intervenire nella gestione dello Stretto di Hormuz hanno seriamente messo a rischio la sicurezza della regione, il commercio internazionale e il transito delle petroliere e delle navi commerciali. Purtroppo, la cooperazione di alcuni Paesi della regione ha inoltre aumentato il rischio di un’estensione del conflitto a tutta l’area” ha avvertito il portavoce del Comando Centrale Khatam al-Anbiya, Ebrahim Zolfaqari. “Reagiremo con fermezza a qualsiasi azione che provochi disordini o comprometta la sicurezza del passaggio delle navi commerciali e delle petroliere. Poi l’avvertimento “ai leader dei Paesi della regione: qualsiasi collaborazione con gli Stati Uniti e qualsiasi sostegno logistico al loro esercito aggressore sarà considerato un atto di guerra”, ha ammonito, e “in caso di espansione del conflitto nella regione, le fiamme della guerra coinvolgeranno tutti i Paesi dell’area”.
I fatti delle ultime ore parlano di un coinvolgimento nel conflitto anche di Kuwait, Bahrein e Giordania, con le Guardie rivoluzionarie iraniane che hanno annunciato di aver colpito obiettivi e basi militari statunitensi presenti. Anche gli Houthi, proxy di Teheran in Yemen, chiamano in causa l’Arabia Saudita, “colpevole” di aver attaccato l’aeroporto di Sanaa. Secondo il ministero della Difesa yemenita, citato dai media locali, il bombardamento aveva lo scopo di impedire l’atterraggio di un aereo iraniano. “L’Arabia Saudita ha posto fine alla fase di riduzione delle tensioni”, ha dichiarato un portavoce militare a quanto riporta l’agenzia Fars, “l’attacco all’aeroporto di Sanaa non resterà senza risposta e senza punizione”. L’attacco, al momento, è stato rivendicato dal governo yemenita sostenuto da Riad.
Sul versante economico, il ritorno ai bombardamenti ha provocato inevitabilmente una considerevole riduzione del passaggio di navi nello Stretto di Hormuz. “Passaggio diminuito bruscamente nei giorni 10-12 luglio, con un calo di circa il 52% rispetto alla settimana precedente” fa sapere il sito di monitoraggio Marine Traffic. Addirittura da domenica sera, 12 luglio, il passaggio delle navi commerciali è stato completamente azzerato ad eccezione di alcuni singoli cargo siano passati nelle scorse ore ‘al buio’, ossia con i trasponder spenti. Domenica il governo di Teheran aveva parlato di passaggio “al momento” non più possibile a causa dei “movimenti illegali delle forze armate americane nella regione”.
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