Non ci si può e non ci si deve rassegnare a giocare un ruolo marginale
Basta al gregariato, all’anonimato e all’irrilevanza: il cattolicesimo politico non può più essere sfregiato
Sono ormai tante, troppe, le sigle, i movimenti e i gruppi che rivendicano sia necessario ed indispensabile rilanciare e ridare una nuova ed attiva cittadinanza – politica, culturale e programmatica – al cattolicesimo politico italiano. Seppur nella sua versione plurale. E cioè, il cattolicesimo democratico, popolare e sociale. Un fatto, questo, decisamente positivo che depone a favore del recupero e riattualizzazione di una storica e qualificata cultura politica che ha segnato e caratterizzato le migliori stagioni della nostra vita democratica. A cominciare dal secondo dopoguerra in poi. Dopodiché, e per svariate motivazioni a tutti ben note, da oltre 20 anni questa presenza politica, culturale e programmatica si è via via appannata al punto di evaporare del tutto. Se non dispersa in mille rivoli e prigioniera di una sterile ed inconcludente presenza testimoniale. Ora, e alla luce di questa concreta situazione, sono sostanzialmente tre le possibili e potenziali vie d’uscita dovendo prendere atto che, almeno per il momento, non c’è alcuna possibilità di dare vita ad un soggetto politico di ispirazione cristiana, di matrice popolare, autenticamente riformista e, seppur laico, ma con una impronta identitaria.
La prima condizione è che non ci si può e non ci si deve rassegnare a giocare un ruolo marginale, periferico, ininfluente e del tutto irrilevante. Nei partiti come nelle coalizioni di riferimento. I “cattolici indipendenti nelle liste del Pci” a sinistra e le presenze del tutto personali nel campo della destra, non possono essere i riferimenti più credibili e più nobili per ridare voce e consistenza politica e progettuale ai cattolici impegnati nella vita pubblica. Semmai, e al contrario, rappresentano due modelli concreti, e storici, che certificano l’irrilevanza cronica di questa cultura nella cittadella politica italiana. In secondo luogo questa presenza politica e culturale – appunto, cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale – deve organizzarsi e saper condizionare e contribuire alla costruzione del progetto politico nel partito di riferimento. Preso atto dell’ormai consolidato pluralismo politico ed elettorale dei cattolici italiani, credo che non possiamo non ricordare che questa cultura ha scarsa dimestichezza nei partiti che coltivano, del tutto legittimamente, un’altra ragione sociale, che hanno un’altra gerarchia di valori e che, in ultimo, perseguono un progetto politico lontano se non addirittura alternativo rispetto a quello che storicamente caratterizza i cattolici italiani.
Detto con parole ancora più semplici, chi si riconosce nella deriva degli “opposti estremismi” o, per essere più contemporanei, degli “opposti populismi”. Insomma, dev’essere una presenza politica organizzata e visibile ma anche e soprattutto coerente con la sua storia e le sue ragioni originarie. In ultimo, ma non per ordine di importanza, questa cultura politica può e deve ancora giocare un ruolo se non sposa posizioni che sono storicamente estranee ed esterne alla sua antica ragione sociale. Ovvero, la cultura, il pensiero, la tradizione e la stessa prassi del cattolicesimo politico italiano possono ritornare interlocutori solo se riescono a declinare concretamente quello che l’ultimo “maestro” del cattolicesimo democratico, Guido Bodrato, chiamava semplicemente “politica di centro”. Che non significa, come ovvio, essere moderati, equidistanti, timidi e quindi e di conseguenza insignificanti ed irrilevanti nella vita pubblica. Ma semmai, e al contrario, la “politica di centro” continua ad essere un progetto politico e di governo e, forse, anche un ‘progetto di società’, come si diceva un tempo. Ma, per potere assolvere a questo compito, è indispensabile e necessario esserci da protagonisti. E quindi stop al gregariato, all’anonimato e all’irrilevanza. Atteggiamenti e comportamenti, questi, cari ai Bettini di turno ma destinati, se perseguiti, ad istituzionalizzare l’emarginazione politica, culturale, programmatica ed organizzativa del cattolicesimo politico italiano.
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