Due anni. Sono passati esattamente due anni da quando io e altre 76 famiglie abbiamo appreso dai giornali il sequestro di quella che sarebbe dovuta essere la nostra casa nella periferia ovest di Milano.

Forse chi osserva da fuori non si rende conto di cosa significhi davvero il blocco di un cantiere. Non è solo cemento fermo. È un blocco economico, che congela i risparmi di una vita e i sacrifici dei nostri genitori. È un blocco dei progetti di vita di chi, in quelle mura, voleva costruire una famiglia. Ma è, soprattutto, un blocco psicologico: significa vivere in un limbo in cui il tuo futuro non ti appartiene più e dipende interamente da decisioni altrui. In questi due anni abbiamo assistito a tutto: sequestri e dissequestri. Fino alle assoluzioni di poche settimane fa perché “il fatto non costituisce reato”.

Ma intanto sono passati due anni. Due anni in cui non ci sono state date risposte, in cui non c’è ancora nemmeno la data di inizio di un processo per i cantieri che sono sotto sequestro. Due anni in cui l’elenco delle famiglie colpite, direttamente o indirettamente, dall’inchiesta della Procura non ha fatto che allungarsi, fino a contare oltre 4500 nuclei famigliari. Il risultato? Cittadini, imprese e la città stessa stanno pagando una pena altissima, come se fossimo colpevoli prima di qualsiasi giudizio. Sono già passati due anni. E dopo tutto questo tempo, fatico a credere nella giustizia.

Filippo Maria Borsellino

Autore

Portavoce del Comitato "Famiglie Sospese"